L'esperienza avviata da padre Eugenio Brambilla per aiutare i ragazzi delle medie che hanno perso anni di studio, oppure che faticano a seguire le lezioni

Cristina CONTI
Redazione

Un servizio di cura e prevenzione della dispersione scolastica. La scuola popolare di padre Eugenio Brambilla vuole aiutare i ragazzi delle medie che hanno perso anni di studio, oppure che non riescono a seguire le lezioni perché troppo dispersivi. Tutte le mattine in via Saponaro 28 suona la campanella. Dieci ragazzi entrano in aula: otto provengono dalle scuole del decanato, l’Arcadia-Pertini e la Tabacchi, due da una di Rozzano, la Luini-Falcone.
«La nostra attività è iniziata nella primavera del 2001 quando ho chiesto un incontro con la preside della scuola media del quartiere. Le ho spiegato che in oratorio arrivavano ragazzi che avevano abbandonato la scuola. Che forse potevamo trovare insieme un modo per aiutarli almeno ad arrivare al diploma. Sono stato subito ascoltato». Nell’ottobre del 2001 padre Brambilla ha aperto la “Scuola popolare”. Quattro ragazzi sui banchi. In cattedra lui stesso e insegnanti volontari: giovani laureandi o neolaureati o docenti in pensione: «Una delle prime lezioni è stata per chiarire subito quali erano le espressioni vietate nella nostra scuola. Si va da “Non sono capace” a “Non capisco”, a “Non me ne frega niente”». Nel tempo hanno frequentato le lezioni qui ragazzi di età compresa tra i 14 e i 16 anni, a volte anche più grandi. Un servizio di cura e prevenzione della dispersione scolastica. La scuola popolare di padre Eugenio Brambilla vuole aiutare i ragazzi delle medie che hanno perso anni di studio, oppure che non riescono a seguire le lezioni perché troppo dispersivi. Tutte le mattine in via Saponaro 28 suona la campanella. Dieci ragazzi entrano in aula: otto provengono dalle scuole del decanato, l’Arcadia-Pertini e la Tabacchi, due da una di Rozzano, la Luini-Falcone.«La nostra attività è iniziata nella primavera del 2001 quando ho chiesto un incontro con la preside della scuola media del quartiere. Le ho spiegato che in oratorio arrivavano ragazzi che avevano abbandonato la scuola. Che forse potevamo trovare insieme un modo per aiutarli almeno ad arrivare al diploma. Sono stato subito ascoltato». Nell’ottobre del 2001 padre Brambilla ha aperto la “Scuola popolare”. Quattro ragazzi sui banchi. In cattedra lui stesso e insegnanti volontari: giovani laureandi o neolaureati o docenti in pensione: «Una delle prime lezioni è stata per chiarire subito quali erano le espressioni vietate nella nostra scuola. Si va da “Non sono capace” a “Non capisco”, a “Non me ne frega niente”». Nel tempo hanno frequentato le lezioni qui ragazzi di età compresa tra i 14 e i 16 anni, a volte anche più grandi. I risultati si vedono Nella scuola di padre Brambilla non c’è posto per indifferenza e menefreghismo. E nemmeno per il “vivi e lascia vivere”: «Insegniamo prima di tutto che la nostra non è una scuola di serie B. Qui si studia, e sodo». I risultati si vedono. Tutti i ragazzi che escono da qui sostengono da privatisti l’esame di terza media. Tutti promossi. «Alcuni sono usciti con giudizi lusinghieri – tiene a sottolineare padre Brambilla -. I professori con cui avevano studiato non li riconoscevano più. Una soddisfazione impagabile».Per arrivare a questo risultato gli ostacoli da superare sono stati numerosi. Continua Brambilla: «Dalla scuola abbiamo ricevuto supporto e collaborazione. Sono proprio gli istituti a segnalarci i ragazzi che potrebbero venire da noi. Oltre che con l’Arcadia-Pertini oggi collaboriamo con la media di via Tabacchi e con la Luini-Falcone di Rozzano. Il nodo sono le risorse. I soldi. Il nostro laboratorio costa 60-70 mila euro l’anno. Il primo anno abbiamo fatto da soli. Il secondo ci hanno dato una mano la Caritas e i servizi sociali. Dal terzo anno dell’aspetto economico si è fatta carico Unidea, la fondazione di Unicredit. Un contributo fondamentale. Poi abbiamo vinto un bando della legge 285. E adesso, dopo otto anni, siamo un servizio del Comune di Milano».La “Scuola popolare” ha ben poco di improvvisato. È un progetto formativo studiato nei dettagli. Che può contare ovviamente su un’aula, un laboratorio con un computer per ogni studente, due educatori, una psicologa, un coordinatore di progetto, un supervisore pedagogico. La cooperativa San Martino della Caritas fornisce un contributo sul piano progettuale e della gestione amministrativa. E non mancano i laboratori: in passato ci sono stati il teatro e la visita a una capitale europea, oggi il giornalismo.

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