Sabato 3 ottobre alle 10.30 con una�messa solenne presieduta da mons. Marco Ferrari le religiose festeggiano l'anniversario della fondazione del loro istituto

di Luisa BOVE
Redazione

Con una Messa solenne di ringraziamento, celebrata il 3 ottobre alle 10.30 da mons. Marco Ferrari e da mons. Vincenzo di Mauro, si concludono i festeggiamenti per i 150 anni di fondazione dell’Istituto Suore della Riparazione. I fondatori della congregazione religiosa sono due milanesi doc: Carlo Salerio, originario della parrocchia di S. Stefano, e Maria Carolina Orsenigo di S. Marco. Padre Salerio fu uno dei primi fondatori del Pime, partito per l’Oceania nel 1855 insieme ad altri sei compagni, è rientrato tre anni dopo distrutto e provato dall’esperienza risultata fallimentare. Nonostante questo ha continuato a lavorare senza tregua: curava la formazione dei futuri missionari insegnando al Seminario lombardo del Pime (conosceva bene anche l’inglese) e collaborava con mons. Giuseppe Marinoni, scrivendo su giornali cattolici e riviste. Predicatore apprezzato non solo da tanti ordini religiosi, ma anche dalla borghesia milanese che accorreva ad ascoltarlo.
Maria Carolina Orsenigo, che già all’età di 9 anni insegnava catechismo ai suoi coetanei, a 18 voleva entrare nel monastero delle Clarisse di Lovere ed era stata accettata, ma la vigilia dell’ingresso in clausura il suo padre spirituale don Giovanni Riboldi le disse: «Fermati! Il Signore ti destina a un’opera grande». Forse ancora stupita per quell’invito esplicito, si rivolse anche all’Arcivescovo di Milano che le consigliò di fermarsi. La giovane rimase in famiglia ancora diversi anni dedicandosi sempre agli ultimi: spazzacamini, lavandaie, operai della fabbrica di tabacchi…
Un giorno Carolina Orsenigo e padre Orsenigo si incontrarono e si riconobbero nello stesso ideale: la “salvezza delle anime”: tra i due nacque una stretta collaborazione. Il 2 ottobre 1859 fondarono la prima comunità con quattro religiose, che allora si chiamavano “Pie Signore Riparatrici della Casa di Nazareth”. Le suore iniziarono ad accogliere le prime ragazze “sbandate” che provenivano dal carcere, il fondatore infatti voleva evitare che vi rimanessero perché diceva: «Quando escono sono peggiori». Si trattava quindi di compiere verso di loro un’opera di “rieducazione”.
All’epoca molte giovani lasciavano il loro paese per venire a lavorare a Milano: «Andavano “a servizio” nelle famiglie, ma capitava che rimanessero incinte e così venivano abbandonate; lo stesso accadeva alle domestiche anziane non più abili», spiega Madre Maria Motto. Erano il «rifiuto della società», ma le suore della Riparazione le accoglievano nella loro casa. Il lavoro con loro era molto impegnativo, ma le religiose trovavano nell’adorazione perpetua davanti al Santissimo la forza e il coraggio necessari a svolgere il delicato compito rieducativo.
In 150 anni di attività sono circa 8 mila le ragazze ospitate nella “Casa di Nazareth” per la rieducazione e se non fosse stato per la segretaria, che durante la guerra nascose in una cantina tra il carbone tutte cartelle personali trasferendole da Milano a Missaglia, oggi l’archivio storico non esisterebbe più. Ben 2 mila furono le giovani accolte dalle suore mentre erano ancora in attesa di giudizio, spiega Madre Maria Beretta: «Restavano in osservazione per un breve periodo, da una settimana a 2-3 mesi al massimo, poi venivano processate. Alla fine alcune finivano al Beccaria e altre tornavano da noi se si riteneva che la loro devianza si potesse correggere».
Oggi queste storie sembrano lontane anni luce e le ragazze ospitate nelle comunità delle suore della Riparazione hanno alle spalle situazioni ben diverse dalle fanciulle dell’800 o dalle giovani degli anni ’50. Tutte comunque giungono in via Salerio per decreto del Tribunale per i minorenni. Oggi sono tre le comunità che accolgono le ragazze dai 12 ai 18 anni, rispettivamente Smile, Arcobaleno e Sisters (il nome lo hanno scelto le ospiti), mentre “S. Anna” accoglie le più grandi (18-21 anni) con percorsi di autonomia. Il Centro diurno (“Progetto semina”) ospita invece in semiconvitto ragazze già conosciute dai servizi sociali del territorio. Per ogni minore viene individuato un progetto personalizzato perché quello che va bene per una non è detto che sia adeguato per un’altra. Con una Messa solenne di ringraziamento, celebrata il 3 ottobre alle 10.30 da mons. Marco Ferrari e da mons. Vincenzo di Mauro, si concludono i festeggiamenti per i 150 anni di fondazione dell’Istituto Suore della Riparazione. I fondatori della congregazione religiosa sono due milanesi doc: Carlo Salerio, originario della parrocchia di S. Stefano, e Maria Carolina Orsenigo di S. Marco. Padre Salerio fu uno dei primi fondatori del Pime, partito per l’Oceania nel 1855 insieme ad altri sei compagni, è rientrato tre anni dopo distrutto e provato dall’esperienza risultata fallimentare. Nonostante questo ha continuato a lavorare senza tregua: curava la formazione dei futuri missionari insegnando al Seminario lombardo del Pime (conosceva bene anche l’inglese) e collaborava con mons. Giuseppe Marinoni, scrivendo su giornali cattolici e riviste. Predicatore apprezzato non solo da tanti ordini religiosi, ma anche dalla borghesia milanese che accorreva ad ascoltarlo.Maria Carolina Orsenigo, che già all’età di 9 anni insegnava catechismo ai suoi coetanei, a 18 voleva entrare nel monastero delle Clarisse di Lovere ed era stata accettata, ma la vigilia dell’ingresso in clausura il suo padre spirituale don Giovanni Riboldi le disse: «Fermati! Il Signore ti destina a un’opera grande». Forse ancora stupita per quell’invito esplicito, si rivolse anche all’Arcivescovo di Milano che le consigliò di fermarsi. La giovane rimase in famiglia ancora diversi anni dedicandosi sempre agli ultimi: spazzacamini, lavandaie, operai della fabbrica di tabacchi…Un giorno Carolina Orsenigo e padre Orsenigo si incontrarono e si riconobbero nello stesso ideale: la “salvezza delle anime”: tra i due nacque una stretta collaborazione. Il 2 ottobre 1859 fondarono la prima comunità con quattro religiose, che allora si chiamavano “Pie Signore Riparatrici della Casa di Nazareth”. Le suore iniziarono ad accogliere le prime ragazze “sbandate” che provenivano dal carcere, il fondatore infatti voleva evitare che vi rimanessero perché diceva: «Quando escono sono peggiori». Si trattava quindi di compiere verso di loro un’opera di “rieducazione”.All’epoca molte giovani lasciavano il loro paese per venire a lavorare a Milano: «Andavano “a servizio” nelle famiglie, ma capitava che rimanessero incinte e così venivano abbandonate; lo stesso accadeva alle domestiche anziane non più abili», spiega Madre Maria Motto. Erano il «rifiuto della società», ma le suore della Riparazione le accoglievano nella loro casa. Il lavoro con loro era molto impegnativo, ma le religiose trovavano nell’adorazione perpetua davanti al Santissimo la forza e il coraggio necessari a svolgere il delicato compito rieducativo.In 150 anni di attività sono circa 8 mila le ragazze ospitate nella “Casa di Nazareth” per la rieducazione e se non fosse stato per la segretaria, che durante la guerra nascose in una cantina tra il carbone tutte cartelle personali trasferendole da Milano a Missaglia, oggi l’archivio storico non esisterebbe più. Ben 2 mila furono le giovani accolte dalle suore mentre erano ancora in attesa di giudizio, spiega Madre Maria Beretta: «Restavano in osservazione per un breve periodo, da una settimana a 2-3 mesi al massimo, poi venivano processate. Alla fine alcune finivano al Beccaria e altre tornavano da noi se si riteneva che la loro devianza si potesse correggere».Oggi queste storie sembrano lontane anni luce e le ragazze ospitate nelle comunità delle suore della Riparazione hanno alle spalle situazioni ben diverse dalle fanciulle dell’800 o dalle giovani degli anni ’50. Tutte comunque giungono in via Salerio per decreto del Tribunale per i minorenni. Oggi sono tre le comunità che accolgono le ragazze dai 12 ai 18 anni, rispettivamente Smile, Arcobaleno e Sisters (il nome lo hanno scelto le ospiti), mentre “S. Anna” accoglie le più grandi (18-21 anni) con percorsi di autonomia. Il Centro diurno (“Progetto semina”) ospita invece in semiconvitto ragazze già conosciute dai servizi sociali del territorio. Per ogni minore viene individuato un progetto personalizzato perché quello che va bene per una non è detto che sia adeguato per un’altra. Il programma dei festeggiamenti – Ecco il programma della giornata: alle 10.30, solenne celebrazione eucaristica presieduta da mons. Marco Ferrari e con mons. Vincenzo Di Mauro; alle 15.30, sacra rappresentazione dal titolo “Carlo Salerio: un sogno, una missione, riparare nella carità”; alle 17, intervento della Superiora generale su “Riparazione: dono senza scadenza”. Sarà anche possibile visitare la Mostra In Charitate Redemptio, che resterà aperta tutto l’anno nei giorni di giovedì (dalle 15 alle 18) e il sabato e la domenica (dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18) oppure su prenotazione (persone singole o gruppi). Referenti: Madre Maria Beretta o Madre Tilde Longhi (tel. 02.38007316/14 oppure segreteria@ suoredellariparazione.191.it�). – – Una mostra per grandi e piccoli

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi