La testimonianza di due giovani impegnati nell'associazione, che proprio don Silvano unì in matrimonio: «L'organizzazione era importante, ma per lui prima di tutto venivano le persone»

Paolo e Serena RAPPELLINO
Redazione

Un sacerdote completamente speso per il suo ministero, un educatore appassionato, competente e soprattutto una persona straordinaria nei rapporti personali, capace di attenzioni fuori dal comune. Don Silvano Caccia è stato prete innamorato di Dio, della vita e degli uomini.
L’abbiamo conosciuto negli anni del comune impegno di servizio nell’Azione Cattolica diocesana: io, Paolo, condividendo con Maria Malacrida e poi Cristina Romanelli la responsabilità diocesana dell’Acr proprio da quando don Silvano divenne assistente dei ragazzi e poi di tutta l’Ac; io, Serena, da vicepresidente del settore Giovani con Daniele Barzaghi.
In Acr don Silvano era arrivato nel 1998, portando con sè una lunga esperienza da insegnante in Seminario con i preadolescenti e gli adolescenti. Mise subito a frutto due grandi doni che aveva avuto dal Signore: la competenza pedagogica e la capacità di prendersi cura delle persone, una a una. Tra le prime iniziative adottate da assistente dell’Acr, quella di scrivere una lettera alle famiglie dei giovani che si impegnavano come educatori e responsabili nel Centro diocesano e sul territorio. Ci disse: «È giusto che i loro genitori sappiano che l’Ac è riconoscente per la generosità di tanti giovani. Ed è anche giusto che sappiano cosa vengono a fare all’Acr».
Don Silvano era così: prima di tutto le persone. L’organizzazione era importante – e se necessario, lui amante delle cose ben programmate, non mancava di far notare qualche nostra superficialità -, ma prima di tutto il servizio alla Chiesa doveva essere un’occasione di crescita personale: un’esperienza di fede. E un impegno non andava assunto se finiva per creare ansia o per distogliere dai doveri dello studio e del lavoro. Era un prete che credeva davvero nel ministero dei laici e nella forza evangelizzatrice della famiglia; leggeva come un segno di Dio la vita concreta, l’amore fra i coniugi, l’educazione dei figli, con profondo rispetto e desiderio di condivisione. Un sacerdote completamente speso per il suo ministero, un educatore appassionato, competente e soprattutto una persona straordinaria nei rapporti personali, capace di attenzioni fuori dal comune. Don Silvano Caccia è stato prete innamorato di Dio, della vita e degli uomini. L’abbiamo conosciuto negli anni del comune impegno di servizio nell’Azione Cattolica diocesana: io, Paolo, condividendo con Maria Malacrida e poi Cristina Romanelli la responsabilità diocesana dell’Acr proprio da quando don Silvano divenne assistente dei ragazzi e poi di tutta l’Ac; io, Serena, da vicepresidente del settore Giovani con Daniele Barzaghi.In Acr don Silvano era arrivato nel 1998, portando con sè una lunga esperienza da insegnante in Seminario con i preadolescenti e gli adolescenti. Mise subito a frutto due grandi doni che aveva avuto dal Signore: la competenza pedagogica e la capacità di prendersi cura delle persone, una a una. Tra le prime iniziative adottate da assistente dell’Acr, quella di scrivere una lettera alle famiglie dei giovani che si impegnavano come educatori e responsabili nel Centro diocesano e sul territorio. Ci disse: «È giusto che i loro genitori sappiano che l’Ac è riconoscente per la generosità di tanti giovani. Ed è anche giusto che sappiano cosa vengono a fare all’Acr».Don Silvano era così: prima di tutto le persone. L’organizzazione era importante – e se necessario, lui amante delle cose ben programmate, non mancava di far notare qualche nostra superficialità -, ma prima di tutto il servizio alla Chiesa doveva essere un’occasione di crescita personale: un’esperienza di fede. E un impegno non andava assunto se finiva per creare ansia o per distogliere dai doveri dello studio e del lavoro. Era un prete che credeva davvero nel ministero dei laici e nella forza evangelizzatrice della famiglia; leggeva come un segno di Dio la vita concreta, l’amore fra i coniugi, l’educazione dei figli, con profondo rispetto e desiderio di condivisione. La Regola di vita Proprio a don Silvano si devono tanti passi compiuti dall’Acr di quegli anni. La sua “opera” più importante è certamente la Regola di vita dei ragazzi. Don Silvano ne era convinto: «Anche i ragazzi – a loro misura – possono essere non solo discepoli, ma anche apostoli di Gesù. A loro si possono proporre mète alte e impegnative se li si accompagna con proposte serie, ma a loro misura». Per la consegna ufficiale della regola ai ragazzi volle la presenza del cardinale Carlo Maria Martini.Don Silvano aveva nel cuore la vita di tutte le persone che collaboravano con lui. Non si dimenticava mai un anniversario, un compleanno: puntuale arrivava sempre un suo biglietto con un pensiero, un piccolo regalo scelto con cura. In questi giorni di dolore siamo andati a sfogliare le dediche su tanti libri che ci aveva regalato nel corso degli anni. Don Silvano non è mai mancato nei momenti significativi della nostra vita dell’ultimo decennio. Ed è lui che ha celebrato il nostro matrimonio. Intellettuale di spessore, amante della letteratura, nelle occasioni conviviali sapeva dimostrare una verve tutta speciale. Viene ancora da sorridere ricordando i suoi “stornelli” alle feste di ringraziamento per qualche responsabile che terminava il servizio in Ac.Non abbiamo potuto salutarlo. Da quando era stato destinato a Giussano ci ripromettevamo di passare a trovarlo nella nuova casa, ma poi in questi mesi, come a volte succede, continuavamo a rimandare. Eppure ce lo insegnava, don Silvano: nella vita ogni momento è prezioso, mai perdere un’occasione. E ora già ci manca tanto. Gli autori – Paolo Rappellino, 33 anni, giornalista, è stato responsabile dell’Azione cattolica dei ragazzi diocesana dal 1998 al 2005. Serena Arrigoni, 30 anni, maestra, è stata responsabile del settore giovani dell’Ac dal 2002 al 2005. –

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