Al via il nuovo cammino della diocesi sui binari del "riposo in Dio" e della sobrietà pastorale

di Pino NARDI
Redazione

«Solo la fede sa intendere la verità di questo momento che noi insieme come Chiesa ambrosiana stiamo vivendo. Solo la fede ci consente di vivere l’inizio del nuovo anno pastorale non come il ritorno all’abituale preoccupazione del fare, non come il ripetersi di un ciclo di feste e di fatiche, di impegni e di iniziative che consumano le nostre energie e che possono appagare o mortificare le nostre aspettative, ma come, in un certo senso, “anno sabbatico” o, come preferisco chiamarlo, “anno di riposo in Dio”».
È questa la cifra indicata a tutta la diocesi dal cardinale Tettamanzi nell’omelia dell’8 settembre in Duomo: «Un tempo per aprirsi a uno slancio spirituale più intenso e a un impegno pastorale più appassionato: quasi, con la grazia di Dio, un “prendere fiato” per lasciare consolidare le iniziative già in corso e prepararsi con serenità, fiducia e generosità a quanto di nuovo il Signore ci chiederà».
L’Arcivescovo ha maturato questa proposta dopo tanto ascoltare in diocesi: dall’Assemblea del clero alle visite pastorali decanali, in una stagione di cambiamenti nei “cantieri aperti”. Non nascondendosi neanche i problemi: «Ho raccolto anche segni di stanchezza, espressioni di scoraggiamento, di scetticismo, di dissenso, ho ascoltato anche analisi che descrivono l’inadeguatezza delle risorse di cui disponiamo rispetto alle esigenze della missione e alle sfide che si presentano. Sono convinto che i cammini avviati negli anni scorsi, i cantieri aperti, le linee pastorali indicate richiedano di essere continuati – pur con le dovute precisazioni – con intelligente determinazione, con un supplemento di fede e di gioia, con un coinvolgimento sempre più ampio e condiviso delle comunità cristiane». «Solo la fede sa intendere la verità di questo momento che noi insieme come Chiesa ambrosiana stiamo vivendo. Solo la fede ci consente di vivere l’inizio del nuovo anno pastorale non come il ritorno all’abituale preoccupazione del fare, non come il ripetersi di un ciclo di feste e di fatiche, di impegni e di iniziative che consumano le nostre energie e che possono appagare o mortificare le nostre aspettative, ma come, in un certo senso, “anno sabbatico” o, come preferisco chiamarlo, “anno di riposo in Dio”».È questa la cifra indicata a tutta la diocesi dal cardinale Tettamanzi nell’omelia dell’8 settembre in Duomo: «Un tempo per aprirsi a uno slancio spirituale più intenso e a un impegno pastorale più appassionato: quasi, con la grazia di Dio, un “prendere fiato” per lasciare consolidare le iniziative già in corso e prepararsi con serenità, fiducia e generosità a quanto di nuovo il Signore ci chiederà».L’Arcivescovo ha maturato questa proposta dopo tanto ascoltare in diocesi: dall’Assemblea del clero alle visite pastorali decanali, in una stagione di cambiamenti nei “cantieri aperti”. Non nascondendosi neanche i problemi: «Ho raccolto anche segni di stanchezza, espressioni di scoraggiamento, di scetticismo, di dissenso, ho ascoltato anche analisi che descrivono l’inadeguatezza delle risorse di cui disponiamo rispetto alle esigenze della missione e alle sfide che si presentano. Sono convinto che i cammini avviati negli anni scorsi, i cantieri aperti, le linee pastorali indicate richiedano di essere continuati – pur con le dovute precisazioni – con intelligente determinazione, con un supplemento di fede e di gioia, con un coinvolgimento sempre più ampio e condiviso delle comunità cristiane». Non solo per i preti Ma quest’anno il “riposo in Dio” va di pari passo con il cammino proposto da Benedetto XVI dell’Anno Sacerdotale a tutta la Chiesa: «Perché il sacerdozio “ministeriale” è un dono inestimabile e necessario e talora gli stessi destinatari del ministero sacerdotale non lo comprendono, non lo apprezzano adeguatamente, non lo favoriscono – ha detto Tettamanzi -. Forse non ci aiuta l’abitudine alla presenza dei preti nelle comunità, l’inclinazione a delegare loro gran parte dell’attività pastorale, una certa ingenua persuasione che di preti ce ne saranno sempre. L’Anno Sacerdotale deve essere per tutti i fedeli un’occasione per rinnovare uno sguardo di fede sulla presenza dei preti, per intuire quella loro misteriosa relazione personale con il Signore che si chiama “vocazione”».Tutto ciò però non riguarda solo i sacerdoti, ma «è rivolto a tutti i fedeli affinché riconoscano la dignità della propria vocazione a essere figli di Dio e si dispongano a offrire il sacrificio gradito a Dio, che è la vita secondo lo Spirito. Il culto gradito a Dio, l’adorazione in spirito e verità si celebra nella pratica quotidiana della carità, nella testimonianza della speranza: la presenza dei cristiani negli ambienti della vita, del lavoro, della cultura, della sofferenza, della responsabilità civile e politica è segnata dal compito di fare risplendere la luce davanti agli uomini».Uno dei pilastri della riflessione dell’Arcivescovo è allora la sobrietà pastorale, quando sottolinea che «nella nostra Chiesa diocesana, straordinariamente ricca di persone impegnate, di iniziative, di risorse è evidente la sproporzione tra la missione affidata e le risorse disponibili. Questa sproporzione diviene sempre più evidente anche per noi, in questi anni, nel contesto di una società secolarizzata, di una riduzione piuttosto rilevante del numero dei preti, di una fatica diffusa a sostituire – nei diversi ambiti pastorali – i collaboratori di sempre con presenze nuove. Che cosa faremo? Rinunceremo alla missione? Sento la responsabilità di proporre alcuni concreti criteri di discernimento per conseguire quel “fare meno, fare meglio, fare insieme” che potrebbe essere lo slogan della sobrietà pastorale». – – «Fare “insieme” per il Vangelo» – “Pietre vive”, una lettera da meditare

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