Per la seconda catechesi quaresimale, "Non c'è fede senza prova", il Cardinale ha scelto come luogo l'Istituto dei tumori dove si vivono sofferenza e speranza

Piero CRESSERI responsabile Servizio Pastorale salute
Redazione

Il cardinal Tettamanzi ha scelto come luogo per la seconda catechesi quaresimale, dal titolo “Non c’è fede senza prova”, l’Istituto nazionale dei tumori di Milano dove quotidianamente si vive l’esperienza del dolore e della fragilità. Qui i pazienti, che giungono da ogni regione d’Italia con una profonda speranza nel cuore, ricercano la chiarezza della diagnosi e l’efficacia della cura. Essi sono certamente consapevoli dell’eccellenza dei professionisti che operano e delle terapie. I medici dal canto loro accompagnano i malati con un iter personalizzato, con ogni sostegno clinico, psicologico e sociale e con l’ausilio di una ricerca sempre più all’avanguardia. L’aiuto quindi che viene offerto permette ai pazienti di affrontare ogni loro situazione complessa e riavviare a soluzione i seri risvolti personali e familiari, con fiducia nel futuro.
Il centro dunque della catechesi quaresimale è la fede. Essa certamente non è la soluzione automatica di ogni problema, ma esige di avere fiducia in Dio di fronte alle questioni della vita e in particolare alla realtà del dolore. Non promette una spiegazione, chiede di abbandonarsi a Dio. Ma per arrivare al punto decisivo, quello del Vangelo della Croce, bisogna accettare questo forte disagio che il credente vive quando si scontra con la fragilità. È quasi uno "scandalo" per la fede. Il Vangelo ci presenta un Sofferente che fa del suo dolore e del suo morire un atto di libertà e di solidarietà: «Dal fianco aperto di Cristo uscì acqua e sangue» (Gv. 19, 34).
«Nessuno si lasci turbare in queste prove» (1 Tess. 3,3) ha ripetuto l’Arcivescovo con le parole di San Paolo. Sì, nessuno deve essere lasciato solo nel suo dolore. Mi pare importante a questo riguardo lanciare un messaggio forte a tutte le comunità cristiane, perché investano sempre di più le loro energie, con tanta fantasia evangelica e tanta dedizione dettata dalla carità, per far crescere l’ascolto/dialogo che nel momento della malattia diventa urgentissimo. Questo stile pastorale deve diventare sempre più la modalità specifica della parrocchie, offrendo maggiore disponibilità di tempo alle relazioni, rispetto al fare o a creare strategie pastorali.
Il Cardinale ha inoltre rivolto parole chiare di speranza e ha invitato anche tutto il personale operante nelle strutture sanitarie a continuare con grande professionalità per il bene di ogni persona ricoverata. Vorrei concludere invitando tutte le comunità parrocchiali a fare tesoro dell’ultima lettera che l’Arcivescovo ha scritto e indirizzato ad ogni famiglia nella prova, dal titolo “Eppure tu vedi l’affanno e il dolore”. In questo scritto il Cardinale ci aiuta con molta delicatezza, ci invita a chinarci davanti ad ogni persona ammalata rispettando ogni sua fragilità e a entrare dentro la vicenda drammatica e complessa delle famiglie, per infondere coraggio, forza e consolazione a continuare il cammino della vita. Il cardinal Tettamanzi ha scelto come luogo per la seconda catechesi quaresimale, dal titolo “Non c’è fede senza prova”, l’Istituto nazionale dei tumori di Milano dove quotidianamente si vive l’esperienza del dolore e della fragilità. Qui i pazienti, che giungono da ogni regione d’Italia con una profonda speranza nel cuore, ricercano la chiarezza della diagnosi e l’efficacia della cura. Essi sono certamente consapevoli dell’eccellenza dei professionisti che operano e delle terapie. I medici dal canto loro accompagnano i malati con un iter personalizzato, con ogni sostegno clinico, psicologico e sociale e con l’ausilio di una ricerca sempre più all’avanguardia. L’aiuto quindi che viene offerto permette ai pazienti di affrontare ogni loro situazione complessa e riavviare a soluzione i seri risvolti personali e familiari, con fiducia nel futuro.Il centro dunque della catechesi quaresimale è la fede. Essa certamente non è la soluzione automatica di ogni problema, ma esige di avere fiducia in Dio di fronte alle questioni della vita e in particolare alla realtà del dolore. Non promette una spiegazione, chiede di abbandonarsi a Dio. Ma per arrivare al punto decisivo, quello del Vangelo della Croce, bisogna accettare questo forte disagio che il credente vive quando si scontra con la fragilità. È quasi uno "scandalo" per la fede. Il Vangelo ci presenta un Sofferente che fa del suo dolore e del suo morire un atto di libertà e di solidarietà: «Dal fianco aperto di Cristo uscì acqua e sangue» (Gv. 19, 34).«Nessuno si lasci turbare in queste prove» (1 Tess. 3,3) ha ripetuto l’Arcivescovo con le parole di San Paolo. Sì, nessuno deve essere lasciato solo nel suo dolore. Mi pare importante a questo riguardo lanciare un messaggio forte a tutte le comunità cristiane, perché investano sempre di più le loro energie, con tanta fantasia evangelica e tanta dedizione dettata dalla carità, per far crescere l’ascolto/dialogo che nel momento della malattia diventa urgentissimo. Questo stile pastorale deve diventare sempre più la modalità specifica della parrocchie, offrendo maggiore disponibilità di tempo alle relazioni, rispetto al fare o a creare strategie pastorali.Il Cardinale ha inoltre rivolto parole chiare di speranza e ha invitato anche tutto il personale operante nelle strutture sanitarie a continuare con grande professionalità per il bene di ogni persona ricoverata. Vorrei concludere invitando tutte le comunità parrocchiali a fare tesoro dell’ultima lettera che l’Arcivescovo ha scritto e indirizzato ad ogni famiglia nella prova, dal titolo “Eppure tu vedi l’affanno e il dolore”. In questo scritto il Cardinale ci aiuta con molta delicatezza, ci invita a chinarci davanti ad ogni persona ammalata rispettando ogni sua fragilità e a entrare dentro la vicenda drammatica e complessa delle famiglie, per infondere coraggio, forza e consolazione a continuare il cammino della vita. – “Che ne pensano operatori sanitari e malati presenti…?”

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