Ieri l'Arcivescovo ha celebrato una messa solenne nella parrocchia di Barzio per ricordare mezzo secolo di storia dell'associazione e il 10° anniversario della morte del suo fondatore monsignor Francesco Pedretti, ancora vivo�nel cuore di tutti�

Luisa BOVE
Redazione

Ieri sera il cardinal Tettamanzi ha incontrato la comunità e gli amici del Coe e ha celebrato una messa nella parrocchia di Barzio per ricordare i 50 anni di attività dell’associazione e il 10° anniversario della morte del suo fondatore, mons. Francesco Pedretti. Non immaginava il prete ambrosiano che da un piccolo seme gettato nei primi anni del dopoguerra sarebbe poi nata una realtà così grande, impegnata non solo in Italia, ma anche nei Paesi poveri (oggi l’associazione di laici conta 177 soci e una trentina di volontari).
Era il 6 gennaio 1947 quando don Francesco ha iniziato a occuparsi dei ragazzi che abitavano al Villaggio Matteotti, periferia degradata di Saronno. Poi ha creato un gruppo coinvolgendo anche le famiglie e alcune persone che potessero assumere un ruolo educativo. «Lo scopo era di lavorare impegnandosi nelle scuole e nelle parrocchie per dare ai giovani una prospettiva futura e ideali in cui credere», dice Gabriella Rigamonti. Nel 1957 don Francesco decise che era giunto il momento di occuparsi anche di altre parrocchie e così alcune laiche iniziarono a fare apostolato sia nella periferia milanese (Monluè, Trecca…), sia fuori (Bareggio, Gaggiano, Sedriano, Cesano Maderno…). Due anni più tardi, il 16 dicembre 1959, don Pedretti insieme ad alcuni amici di Saronno costituì l’associazione “Centro Orientamento Educativo”. Il Coe aprì a Maggio una scuola di avviamento al lavoro (in seguito scuola media) e poi a Cremeno. Il primo preside fu ovviamente don Francesco, mentre molti volontari del Coe lavoravano nelle scuole, anche se il tentativo era comunque quello di coinvolgere insegnanti locali.
Nell’estate 1962 il Coe si trasferì a Barzio dove acquistò due villette e avviò subito l’ampliamento della casa. Al mattino i ragazzi ospitati venivano accompagnati nelle rispettive scuole viaggiando stipati su un vecchio Volkswagen. Nel pomeriggio venivano organizzati corsi di disegno, canto, danza, astronomia… già nel 1964 c’era un piccolo telescopio con la cupola, una sorta di stazione meteorologica. «Inoltre proiettavamo film e durante l’estate facevamo animazione in valle con corsi di letteratura e cinema, inoltre davamo lezioni private agli studenti che dovevano affrontare gli esami di riparazione».
Dopo 10 anni di attività il Coe si è aperto al mondo. «Nel 1969 sono partite le prime tre volontarie per il Cameroun», dice la presidente Rosella Scandella. La scelta di quel paese dell’Africa è stata quasi casuale, ma ancora oggi la presenza dell’associazione nella diocesi di Mbalmayo è molto radicata. «Oltre alla sanità, e visto il nostro carisma educativo, abbiamo scelto di fare anche promozione della donna organizzando un corso di animatrici sociali, proposto ad alcune ragazze meritevoli individuate dai parroci, che poi avrebbero lavorato nei loro villaggi». Poi il dispensario è diventato un ospedale con un reparto di maternità, mentre il collegio tecnico (intitolato a Nina Gianetti) si è trasformato in scuola artistica con il centro d’arte applicata, oltre alla materna e alle elementari. Oggi il Coe è presente anche nelle loro diocesi di Yaoundé, Garoua e Douala; nel 1980 sono partiti volontari anche per Rungu, nella Repubblica Democratica del Congo, e poi a Kinshasa. «Dal 2003 siamo anche a Tshimbulu, nella diocesi di Kananga, dove interveniamo in ambito sanitario, educativo e formativo», dice Scandella. Poi i fidei donum della diocesi hanno chiesto operatori in Zambia dove già svolgevano un bel lavoro; altri ne sono partiti per realizzare progetti in Kenya, Guinea Bissau, Nigeria… «All’inizio pensavamo di concentrarci sull’Africa – ammette la presidente -, poi ci sono arrivati inviti insistenti anche dal Cile, Equador, Venezuela, Colombia e Argentina». Ieri sera il cardinal Tettamanzi ha incontrato la comunità e gli amici del Coe e ha celebrato una messa nella parrocchia di Barzio per ricordare i 50 anni di attività dell’associazione e il 10° anniversario della morte del suo fondatore, mons. Francesco Pedretti. Non immaginava il prete ambrosiano che da un piccolo seme gettato nei primi anni del dopoguerra sarebbe poi nata una realtà così grande, impegnata non solo in Italia, ma anche nei Paesi poveri (oggi l’associazione di laici conta 177 soci e una trentina di volontari).Era il 6 gennaio 1947 quando don Francesco ha iniziato a occuparsi dei ragazzi che abitavano al Villaggio Matteotti, periferia degradata di Saronno. Poi ha creato un gruppo coinvolgendo anche le famiglie e alcune persone che potessero assumere un ruolo educativo. «Lo scopo era di lavorare impegnandosi nelle scuole e nelle parrocchie per dare ai giovani una prospettiva futura e ideali in cui credere», dice Gabriella Rigamonti. Nel 1957 don Francesco decise che era giunto il momento di occuparsi anche di altre parrocchie e così alcune laiche iniziarono a fare apostolato sia nella periferia milanese (Monluè, Trecca…), sia fuori (Bareggio, Gaggiano, Sedriano, Cesano Maderno…). Due anni più tardi, il 16 dicembre 1959, don Pedretti insieme ad alcuni amici di Saronno costituì l’associazione “Centro Orientamento Educativo”. Il Coe aprì a Maggio una scuola di avviamento al lavoro (in seguito scuola media) e poi a Cremeno. Il primo preside fu ovviamente don Francesco, mentre molti volontari del Coe lavoravano nelle scuole, anche se il tentativo era comunque quello di coinvolgere insegnanti locali.Nell’estate 1962 il Coe si trasferì a Barzio dove acquistò due villette e avviò subito l’ampliamento della casa. Al mattino i ragazzi ospitati venivano accompagnati nelle rispettive scuole viaggiando stipati su un vecchio Volkswagen. Nel pomeriggio venivano organizzati corsi di disegno, canto, danza, astronomia… già nel 1964 c’era un piccolo telescopio con la cupola, una sorta di stazione meteorologica. «Inoltre proiettavamo film e durante l’estate facevamo animazione in valle con corsi di letteratura e cinema, inoltre davamo lezioni private agli studenti che dovevano affrontare gli esami di riparazione».Dopo 10 anni di attività il Coe si è aperto al mondo. «Nel 1969 sono partite le prime tre volontarie per il Cameroun», dice la presidente Rosella Scandella. La scelta di quel paese dell’Africa è stata quasi casuale, ma ancora oggi la presenza dell’associazione nella diocesi di Mbalmayo è molto radicata. «Oltre alla sanità, e visto il nostro carisma educativo, abbiamo scelto di fare anche promozione della donna organizzando un corso di animatrici sociali, proposto ad alcune ragazze meritevoli individuate dai parroci, che poi avrebbero lavorato nei loro villaggi». Poi il dispensario è diventato un ospedale con un reparto di maternità, mentre il collegio tecnico (intitolato a Nina Gianetti) si è trasformato in scuola artistica con il centro d’arte applicata, oltre alla materna e alle elementari. Oggi il Coe è presente anche nelle loro diocesi di Yaoundé, Garoua e Douala; nel 1980 sono partiti volontari anche per Rungu, nella Repubblica Democratica del Congo, e poi a Kinshasa. «Dal 2003 siamo anche a Tshimbulu, nella diocesi di Kananga, dove interveniamo in ambito sanitario, educativo e formativo», dice Scandella. Poi i fidei donum della diocesi hanno chiesto operatori in Zambia dove già svolgevano un bel lavoro; altri ne sono partiti per realizzare progetti in Kenya, Guinea Bissau, Nigeria… «All’inizio pensavamo di concentrarci sull’Africa – ammette la presidente -, poi ci sono arrivati inviti insistenti anche dal Cile, Equador, Venezuela, Colombia e Argentina». – – Don Francesco Pedretti, un cuore senza confini (https://www.chiesadimilano.it/or4/or?uid=ADMIesy.edit.deploy&oid=1849804)

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