Per don Giancarlo Quadri la migrazione è fenomeno globale inarrestabile che sta cambiando il mondo: «Mettiamoci in discussione. Gli stranieri portino in parrocchia la vivacità della propria fede»

Luca FRIGERIO
Redazione Diocesi

«Credo che per quanto riguarda la comprensione del fenomeno dell’immigrazione, nelle nostre comunità sia ora di ricominciare dal principio o comunque ci dovrà essere un momento di chiarezza…». Don Giancarlo Quadri è sereno e sorridente come sempre, eppure la considerazione del responsabile per la Pastorale dei migranti della diocesi di Milano non è certo delle più scontate. «Attorno alla questione degli immigrati, infatti, si è creata troppa confusione, per tanti motivi… forse un po’ creata di proposito – cerca di spiegare – e me ne sono reso conto con maggior chiarezza proprio partecipando, negli ultimi mesi, a incontri e convegni in alcuni di quei Paesi da cui parte la migrazione verso l’Italia, dall’Africa occidentale all’area andina».

«Confusione»… In che senso?
Nel senso che qui da noi, per la maggior parte delle persone, il “fenomeno” dell’immigrazione non viene ancora percepito per quello che realmente è, cioè un fenomeno mondiale, globale, destinato a cambiare la fisionomia del mondo in cui viviamo. Da un lato è una risposta, diventata “naturale” per intere popolazioni, per sfuggire a gravi situazioni di difficoltà: basterebbe pensare, per esempio, che la cifra delle persone che oggi “si spostano” nel mondo tocca ormai i 400 milioni… Dall’altro esiste negli spostamenti una vera strategia di “conquista” commerciale o finanziaria: basti pensare all’Estremo Oriente… Chi pensa, insomma, che quello dell’immigrazione sia tutto sommato un fenomeno passeggero, che magari interessa solo la Padania o il Nord Est dell’Italia, e quindi da contrastare con provvedimenti dettati dal clamore di singoli fatti di cronaca, davvero dimostra di non capire la portata epocale di quanto sta succedendo.

Insomma, quella dell’immigrazione non è una “emergenza”?
Assolutamente no, e in verità lo andiamo dicendo da tempo. Liquidare la migrazione come emergenza significa tagliarsi fuori dai cammini di sviluppo del mondo. Se emergenza c’è, piuttosto, è quella culturale, di un Paese come il nostro che non sembra riuscire a cogliere i fenomeni mondiali e che non se ne sente coinvolto. È una questione, io credo, soprattutto di formazione e di educazione, a tutti i livelli. Non è possibile, infatti, continuare ad accettare il fatto che in Italia il problema della prostituzione o del commercio della droga o, più in generale, della sicurezza venga ormai unicamente associato alla parola “immigrazione”…

E allora cosa si può fare?
Innanzitutto è necessario documentarsi, leggere molto, toccare con mano, non accontentarsi della televisione! E poi occorre confrontarsi, senza polemiche, con tanta buona volontà, anche e soprattutto con chi, su questo problema, ha idee diverse. Ogni giorno, infatti, possiamo renderci conto di quali pregiudizi e luoghi comuni ci siano in circolazione per quanto riguarda l’immigrazione; non è per niente un dato sociale acquisito. Né possiamo nasconderci che “l’uomo medio” vive spesso con paura, fastidio, insofferenza la presenza degli immigrati.

Quando dice “uomo medio” pensa anche al “cristiano medio”?
Sì certo, ma assolutamente senza alcun sottinteso polemico. Mi piacerebbe proprio un bel confronto oggi, aperto, sereno, alla luce dei nostri princìpi cristiani su questo fenomeno. Purtroppo, dalla mia esperienza di tutti i giorni, anche questo confronto risulta difficile. È un fatto che sul tema dell’immigrazione, e quindi sul significato vero di “accoglienza”, anche nelle nostre parrocchie dobbiamo finalmente chiederci, come del resto aveva già fatto dieci anni fa il cardinale Martini e oggi continua a fare il cardinale Tettamanzi, “quale Chiesa vogliamo essere”. Perché per il cristiano, il migrante, lo straniero, è prima di tutto una persona con un progetto di vita da realizzare. Questa è probabilmente la ragione più profonda che induce l’uomo a migrare, prima ancora di qualunque spinta economica, sociale o individuale.

Insomma, anche nelle nostre comunità cristiane, rispetto alla questione degli immigrati, bisogna fare “autocritica”?
Non è questione di autocritica, ma è semmai il fatto di riconoscere i limiti di un certo atteggiamento finora portato avanti nelle nostre parrocchie, pronte per lo più giustamente ad andare incontro ai bisogni concreti e immediati di questi immigrati, ma non sempre attente a una più diffusa e approfondita riflessione, che parta dalla Parola di Dio, riguardo all’accoglienza dello straniero e in rapporto con il nostro tempo. Per il cristiano, infatti, l’incontro con lo straniero dovrebbe avere lo stesso stile dell’esperienza di Abramo alle Querce di Mamre: il patriarca, infatti, non si limita al semplice rifocillare quegli “stranieri”, ma riesce a vedere al di là del loro bisogno, vedendo davanti a sé anzitutto delle persone con le quali entrare in relazione e condivisione.

Le nostre comunità, quindi, devono operare per favorire una società più consapevole di sè, della propria identità, ma anche della corresponsabilità verso l’altro…
Esattamente. La Chiesa locale deve avere il coraggio di mettersi in discussione, sforzandosi di imparare, di educarsi a con-vivere e a con-dividere, rispettando le diversità come ricchezza. Un’accoglienza, in questa prospettiva, che non deve essere assolutamente a senso unico: pensiamo infatti a quanti stranieri di religione cattolica, ormai ben inseriti nelle nostre parrocchie, possono portare il loro contributo e il loro entusiasmo nella liturgia e nella catechesi, nell’animazione dei gruppi giovanili o familiari, nei consigli pastorali. Perchè la pastorale dei migranti non è qualcosa di distinto, ma appartiene alla pastorale complessiva della Chiesa. Del nostro essere Chiesa. Da qui poi, una sensibilità veramente “cattolica” – nel senso vero del termine cioè “universale” – rifluirà in un contesto sociale più sereno e positivo. «Credo che per quanto riguarda la comprensione del fenomeno dell’immigrazione, nelle nostre comunità sia ora di ricominciare dal principio o comunque ci dovrà essere un momento di chiarezza…». Don Giancarlo Quadri è sereno e sorridente come sempre, eppure la considerazione del responsabile per la Pastorale dei migranti della diocesi di Milano non è certo delle più scontate. «Attorno alla questione degli immigrati, infatti, si è creata troppa confusione, per tanti motivi… forse un po’ creata di proposito – cerca di spiegare – e me ne sono reso conto con maggior chiarezza proprio partecipando, negli ultimi mesi, a incontri e convegni in alcuni di quei Paesi da cui parte la migrazione verso l’Italia, dall’Africa occidentale all’area andina». «Confusione»… In che senso?Nel senso che qui da noi, per la maggior parte delle persone, il “fenomeno” dell’immigrazione non viene ancora percepito per quello che realmente è, cioè un fenomeno mondiale, globale, destinato a cambiare la fisionomia del mondo in cui viviamo. Da un lato è una risposta, diventata “naturale” per intere popolazioni, per sfuggire a gravi situazioni di difficoltà: basterebbe pensare, per esempio, che la cifra delle persone che oggi “si spostano” nel mondo tocca ormai i 400 milioni… Dall’altro esiste negli spostamenti una vera strategia di “conquista” commerciale o finanziaria: basti pensare all’Estremo Oriente… Chi pensa, insomma, che quello dell’immigrazione sia tutto sommato un fenomeno passeggero, che magari interessa solo la Padania o il Nord Est dell’Italia, e quindi da contrastare con provvedimenti dettati dal clamore di singoli fatti di cronaca, davvero dimostra di non capire la portata epocale di quanto sta succedendo. Insomma, quella dell’immigrazione non è una “emergenza”?Assolutamente no, e in verità lo andiamo dicendo da tempo. Liquidare la migrazione come emergenza significa tagliarsi fuori dai cammini di sviluppo del mondo. Se emergenza c’è, piuttosto, è quella culturale, di un Paese come il nostro che non sembra riuscire a cogliere i fenomeni mondiali e che non se ne sente coinvolto. È una questione, io credo, soprattutto di formazione e di educazione, a tutti i livelli. Non è possibile, infatti, continuare ad accettare il fatto che in Italia il problema della prostituzione o del commercio della droga o, più in generale, della sicurezza venga ormai unicamente associato alla parola “immigrazione”… E allora cosa si può fare?Innanzitutto è necessario documentarsi, leggere molto, toccare con mano, non accontentarsi della televisione! E poi occorre confrontarsi, senza polemiche, con tanta buona volontà, anche e soprattutto con chi, su questo problema, ha idee diverse. Ogni giorno, infatti, possiamo renderci conto di quali pregiudizi e luoghi comuni ci siano in circolazione per quanto riguarda l’immigrazione; non è per niente un dato sociale acquisito. Né possiamo nasconderci che “l’uomo medio” vive spesso con paura, fastidio, insofferenza la presenza degli immigrati. Quando dice “uomo medio” pensa anche al “cristiano medio”?Sì certo, ma assolutamente senza alcun sottinteso polemico. Mi piacerebbe proprio un bel confronto oggi, aperto, sereno, alla luce dei nostri princìpi cristiani su questo fenomeno. Purtroppo, dalla mia esperienza di tutti i giorni, anche questo confronto risulta difficile. È un fatto che sul tema dell’immigrazione, e quindi sul significato vero di “accoglienza”, anche nelle nostre parrocchie dobbiamo finalmente chiederci, come del resto aveva già fatto dieci anni fa il cardinale Martini e oggi continua a fare il cardinale Tettamanzi, “quale Chiesa vogliamo essere”. Perché per il cristiano, il migrante, lo straniero, è prima di tutto una persona con un progetto di vita da realizzare. Questa è probabilmente la ragione più profonda che induce l’uomo a migrare, prima ancora di qualunque spinta economica, sociale o individuale. Insomma, anche nelle nostre comunità cristiane, rispetto alla questione degli immigrati, bisogna fare “autocritica”?Non è questione di autocritica, ma è semmai il fatto di riconoscere i limiti di un certo atteggiamento finora portato avanti nelle nostre parrocchie, pronte per lo più giustamente ad andare incontro ai bisogni concreti e immediati di questi immigrati, ma non sempre attente a una più diffusa e approfondita riflessione, che parta dalla Parola di Dio, riguardo all’accoglienza dello straniero e in rapporto con il nostro tempo. Per il cristiano, infatti, l’incontro con lo straniero dovrebbe avere lo stesso stile dell’esperienza di Abramo alle Querce di Mamre: il patriarca, infatti, non si limita al semplice rifocillare quegli “stranieri”, ma riesce a vedere al di là del loro bisogno, vedendo davanti a sé anzitutto delle persone con le quali entrare in relazione e condivisione. Le nostre comunità, quindi, devono operare per favorire una società più consapevole di sè, della propria identità, ma anche della corresponsabilità verso l’altro…Esattamente. La Chiesa locale deve avere il coraggio di mettersi in discussione, sforzandosi di imparare, di educarsi a con-vivere e a con-dividere, rispettando le diversità come ricchezza. Un’accoglienza, in questa prospettiva, che non deve essere assolutamente a senso unico: pensiamo infatti a quanti stranieri di religione cattolica, ormai ben inseriti nelle nostre parrocchie, possono portare il loro contributo e il loro entusiasmo nella liturgia e nella catechesi, nell’animazione dei gruppi giovanili o familiari, nei consigli pastorali. Perchè la pastorale dei migranti non è qualcosa di distinto, ma appartiene alla pastorale complessiva della Chiesa. Del nostro essere Chiesa. Da qui poi, una sensibilità veramente “cattolica” – nel senso vero del termine cioè “universale” – rifluirà in un contesto sociale più sereno e positivo.

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