Il racconto del Camino di Compostela affrontato in bicicletta. Giorno dopo giorno cala la fatica e cresce la consapevolezza che, dopo questa avventura, nulla sarà come prima


Redazione

10/07/2008

di Nino CIRAVEGNA
Direttore di Noi Brugherio e segretario di redazione de Il Sole 24 Ore

Partire. Partire per Santiago di Compostela. 900 chilometri in bicicletta, nel peggiore dei modi: senza fiato, senza aver mai provato la bici carica di bagagli. Partire, con il panico nel vedere i Pirenei da Saint Jean Pied de Port, 180 metri sul livello del mare, per arrivare a Roncisvalle, 945 metri, con la certezza di non farcela e con un unico desiderio: tornare a casa. Ma un giorno dopo l’altro ti accorgi che qualcosa sta cambiando. Il pensiero fisso della fatica si allontana, scopri con piacere che il pedale risponde meglio ai tuoi muscoli.

Passano i giorni e scopri, con naturalezza, che l’interesse turistico per le città che attraversi – Pamplona, Logrono, Burgos, Leon – diminuisce. Così come cala la voglia di assaggiare i piatti tipici e ti interessi meno dei grandi vini locali. Èlo spirito di Santiago che ti prende, poco alla volta. Ti penetra, ti fa scoprire che il Camino non è turismo, non è allenamento muscolare. Il Camino ti apre gli occhi. Prima di tutto facendoti scoprire una natura che ti stupisce senza sosta. Il Camino ti apre gli occhi facendoti vedere gli altri pelegrinos con i quali condividi le strade, le fatiche e gli albergue con i letti a castello.

Poche parole, prima, in una specie di esperanto fatto di spagnolo, francese, italiano, inglese. Poi discorsi sempre più lunghi, soprattutto con quelli con cui condividi le Messe in minuscole chiesette o nelle cene in cui ognuno porta qualcosa. E per tutti, sempre, l’augurio: «Buen Camino, a Santiago». Scopri la natura, ti apri agli altri e, intanto, il Camino toglie. Toglie l’inutile, l’eccessivo, il sovrabbondante. Ti fa capire che hai portato troppi bagagli, e allora ogni giorno lasci qualcosa a disposizione di chi ha bisogno.

Il Camino toglie il superfluo delle preoccupazioni per il lavoro, le ansie di carriera, la voglia di stupire o farti ammirare. E lo capisci ancora di più quando attraversi la meseta, tre giorni di fuoco sotto un sole cocente, terra piatta senza alberi o case, niente da guardare, se non la strada sterrata che va avanti per chilometri. Essenza pura. Libero di immergerti nel Camino che ti prende, ti svuota e ti libera.

La fatica passa in secondo piano, mangiare diventa solo occasione per condividere. Le Messe e le benedizioni in paesi minuscoli come Granon o in abitati che non trovi sulle cartine geografiche, come S. Juan de Ortega, ti commuovono come non mai. Tutte cose che ti danno la forza per lasciare la statale 120, troppo trafficata, per salire in paesini che nessun turista andrà mai a cercare.

Un’esperienza umana e religiosa incredibile, aumentata dal fatto che non c’è la “mercificazione” del Camino. Gli albergue dei pelegrinos costano 6-7 euro a notte, moltissimi ristoranti offrono il Menu del dia a 9 euro e in tutti gli esercizi pubblici c’è grande rispetto per chi è in cammino. E in questa atmosfera di solidarietà capisci meglio le parole di un prete di una minuscola parrocchia castillana che, nel darti la benedizione, assicura «che dopo il Camino niente sarà più come prima. Faticando per andare a Santiago avrai la fortuna di incontrare te stesso, capire le tue priorità e i tuoi veri obiettivi. Andando a Santiago avrai la fortuna di incontrare gli altri, prima i pelegrinos e poi il tuo prossimo, imparando che hai molto da dare e molto da ricevere. Faticando per Compostela avrai la possibilità di incontrare o re-incointrare Dio».

E con la forza di questo augurio si cammina, o si pedala, con un entusiasmo che poche altre esperienze sanno infondere.

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