La psicoterapeuta Silvia Vegetti Finzi commenta la terza tappa del Percorso pastorale: «Il male peggiore è l'isolamento delle coppie»


Redazione

01/07/2008

di Rosangela VEGETTI

«Un testo molto bello, stupefacente, in concordanza piena con la mia competenza psicanalitica e la mia conoscenza dei problemi di vissuto. Anche se dalla mia posizione di laica non entro in merito a temi propriamente ecclesiali e pastorali, posso però rilevare il contrasto esistente tra i cambiamenti di superficie in atto nel tessuto sociale e la permanenza profonda della famiglia triangolare (padre-madre-figli)».

Silvia Vegetti Finzi, psicoterapeuta per i problemi della famiglia e del bambino, commenta così il Percorso pastorale 2008-09 che il cardinale Tettamanzi propone alla diocesi a completamento del triennio pastorale sulla famiglia. Una lunga carriera di docente di psicologia dinamica all’Università di Pavia, una produzione di libri (a settembre esce Nuovi nonni per nuovi nipoti) e articoli l’hanno fatta conoscere a un ampio pubblico.

La prima considerazione che fa l’Arcivescovo è proprio circa l’ambiguità che sembra vivere oggi la famiglia: tanto amata, eppure così discussa e talora ferita. Tutti la vogliono, ma non la difendono e non la mantengono in stabilità…
In effetti, la famiglia stabile è una necessità. Primi a dirlo sono i piccoli che vogliono vivere con i genitori senza fratture: dalle loro parole questa stabilità è condizione necessaria per la felicità e il benessere. Gli adolescenti poi la riconoscono come molto importante e cercano di realizzarla, ma poi non ci riescono, soprattutto per mancanza di modelli positivi. Quelli nuovi sono piuttosto nel senso della disgregazione e di aggregazioni diverse, ma non di valorizzazione della famiglia “tradizionale” che viene al tempo stesso “sperata” con nostalgia e demonizzata come qualcosa di superato, un luogo di conflitti – che sicuramente ci sono -, ma ciò non toglie che non abbiamo ancora trovato un modo migliore per vivere insieme e per crescere i figli. È vivendo insieme che si impara a gestire i conflitti, a superare e integrare le differenze, a mediare nei momenti di contrasto: si impara vedendo come lo fanno i genitori.

La Lettera invita a riconoscere la famiglia come «comunità originaria», perché della società è sorgente di nuovi soggetti, scuola di relazioni, luogo di costruzione di identità. Ma perché ci sembra oggi così debole da non riuscire ad animare il mondo?
Nella storia abbiamo conosciuto famiglie diverse, quella attuale non assomiglia certo né a quella greca, né alla medioevale, né alla patriarcale. Noi parliamo di famiglia moderna, un modello piuttosto nuovo che nasce col Romanticismo, che cerca di congiungere relazioni sociali e affettive. La famiglia tradizionale del nostro passato non aveva l’esigenza di un legame d’amore – se c’era, tanto meglio -, ma importava che funzionasse bene la vita familiare; i matrimoni erano combinati dai genitori per un benessere pensato anche per i figli. Tante volte i giovani d’oggi lo rimpiangono: «Magari mi combinassero il matrimonio i miei genitori!», dicono per avere un problema in meno. Comunque credo si possa dire che stiamo cercando nuovi modi di vivere insieme, ma si è ancora a metà del guado. La famiglia tramandata dalla tradizione non viene più accettata – quasi non viene più riconosciuta – e le forme nuove non sono sostitutive; rimane sempre una nostalgia profonda del modello familiare di tipo nucleare. Si vorrebbe vivere insieme con amore, tanto che non si accetta più di litigare, ma nella famiglia si è sempre litigato, solo che una volta si imparava anche a gestire i conflitti. Oggi ci si separa al primo contrasto: manca la capacità di mediare.

L’Arcivescovo vuol dare alla famiglia un nuovo ruolo di protagonista responsabile nell’ambito della costruzione della società in tutte le sue dimensioni (scuola, lavoro, tempo libero). Le chiede di essere elemento propositivo al bene comune del mondo…
Questa è la cosa più importante. Occorre che la famiglia si apra, si senta parte di una comunità di famiglie. Non solo utente di servizi sociali, né solo soggetto che chiede privilegi e difende propri interessi a scapito degli altri, ma che dà servizi. Vorrei una famiglia con porte e finestre aperte. Cosa che si vede raramente, a fronte di alcuni casi esemplari, c’è tanto egoismo familiare. Dobbiamo pensare a modelli nuovi fuori da tradizionalismi, avere il coraggio di crearli sapendo che il malessere peggiore della famiglia, a mio avviso, nasce dall’isolamento. È la solitudine delle famiglie che parte fin dal suo inizio con le giovani coppie che non hanno rapporti con l’ambiente relazionale precedente e si chiudono in una monade, senza porte e finestre, che poi naturalmente implode. L’Arcivescovo dà alla famiglia un compito, non fa soltanto il suo elogio: la consegna alle famiglie è di vivere in modo ideale, che magari è irraggiungibile, ma che deve impegnarci tutti. Se dobbiamo essere esemplari dobbiamo anche meritarcelo. Lo dice una che è sposata da quasi 50 anni, e vorrebbe essere modello per i figli.

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