Nell'omelia pronunciata a Sotto il Monte in occasione del cinquantesimo dell'elezione al pontificato di Giovanni XXIII, il cardinale Dionigi Tettamanzi, accostando la figura del "papa buono" a quella del "buon pastore" sottolinea l'urgenza di uno stile pastorale capace di coniugare "verità e amore" in una stagione culturale profondamente segnata dal relativismo. E citando Papa Giovanni, dice: "La verità sempre e con tutti, ma al tempo stesso la maniera di dirla..."

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Redazione Diocesi

14/10/2008

di Claudio MAZZA

Nella parrocchia natale di papa Giovanni, a Sotto il Monte, la sera di lunedì 13 ottobre una cinquantina di sacerdoti e diciassette vescovi hanno concelebrato l’Eucaristia con il Cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano e presidente della Conferenza episcopale lombarda, facendo memoria del beato Giovanni XXIII nel cinquantesimo della sua elezione al pontificato.

E mentre nella chiesa parrocchiale risuonava, corale e festoso, il canto del salmo responsoriale: Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla, nel cuore di tutti riviveva l’immagine del “papa buono” che si sovrapponeva a quella di “buon pastore”, anticipando così il tema centrale dell’omelia del cardinal Tettamanzi: «Il Signore è il mio pastore. È proprio questo il volto più popolare, ma insieme più evangelico, di Giovanni XXIII, “il papa buono” che ha fatto risplendere per tutto il mondo l’esempio di un buon pastore». Ed è nei tratti pastorali del “papa buono” che Tettamanzi rilegge in filigrana le caratteristiche evangeliche del buon pastore: colui cerca le sue pecore e ne ha cura, le passa in rassegna e le raduna, le fa pascolare e le fa riposare. «Tutto questo – sottolinea l’arcivescovo – con un’attenzione mirata a ciascuna pecora e rivolta alle diverse e specifiche necessità di ogni singola pecora».

Ma c’è un segreto d’amore che anima e spiega queste caratteristiche: «il desiderio e la passione di pascolare il gregge, di assicurargli il cibo e la bevanda necessari, di dargli vita e riposo, in una parola di offrirgli vicinanza, condivisione e amore. Ora in Gesù questo desiderio e questa passione si traducono nel gesto di dare la propria vita per il gregge».

Se da un lato, si domanda l’arcivescovo, «non è difficile rivedere le tappe dell’esistenza di papa Giovanni per contemplarle come ininterrotta e crescente donazione della propria vita per il bene delle anime affidate», dall’altro ne sottolinea un aspetto peculiare, forse poco indagato, circa il modo di pascolare il gregge, quello che consiste nel donare al gregge la verità che salva: «Una verità da comunicare con quella fedeltà limpida e forte, gioiosa e coraggiosa che la Chiesa deve al depositum fidei, ma che insieme – proprio per essere attenta alle diverse condizioni delle pecore del gregge del Signore – deve saper proporre con bontà e mitezza».

Al motto episcopale di Papa Giovanni, “Oboedentia et pax”, l’arcivescovo ne affianca idealmente un secondo, ripreso da Filippesi 4,15 “Fare la verità nella carità”, per sottolineare il metodo pastorale che ha contraddistinto il magistero giovanneo. La Chiesa deve preferire la «medicina della misericordia – ricorda l’arcivescovo citando dai suoi scritti – invece di imbracciare le armi del rigore» e invita a riascoltare alcune sue parole, semplici e sapienti: «Ecco la buona strada: la verità sempre e con tutti, ma al tempo stesso la maniera di dirla… Sempre la verità, ma dirla e scriverla con rispetto e cortesia; dirla agli altri, come vorremmo sentircela dire».

E ancora, citando i quattro pilastri Pacem in terris (verità, libertà, giustizia e amore), si sofferma sulla famosa distinzione tra l’errore e l’errante: «Non si dovrà però mai confondere l’errore con l’errante, anche quando si tratta di errore o di conoscenza inadeguata della verità in campo morale-religioso. L’errante è sempre e anzitutto un essere umano e conserva, in ogni caso, la sua dignità di persona».

Avviandosi a concludere l’omelia, il cardinale Tettamanzi mutua dallo stile pastorale di Papa Giovanni l’urgenza di «ricuperare e rilanciare la fiducia nella razionalità umana e nella fede cristiana come nuova intelligenza del reale, e insieme riproporre con forza l’impegno etico di riconoscere e di accogliere la verità», ma con «una pedagogia capace di far cogliere la bellezza, il fascino, la vivibilità e la gioia della verità, e uno stile pastorale che sia sempre più sintesi indivisa e indivisibile di verità e di amore, di amore e di verità».

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