Monsignor Pagani, vicario episcopale per la Pastorale giovanile: «Tanti ragazzi desiderano pregare, vorrebbero costruire bene una dinamica di amore. Ma poi prevalgono la voglia, la stanchezza, le sensazioni, le provocazioni culturali...»


Redazione

12/03/2008

«Il linguaggio fondamentale con cui i giovani si avvicinano alla fede è quello affettivo. Non sentono il bisogno di un’indagine storica, piuttosto di trovare nel rapporto con Dio qualcosa che dia pienezza ai tanti vuoti della vita. Con tutte le possibilità e le ambiguità, tuttavia èun linguaggio interessante. Anche se tante volte non c’è il dogma preciso della fede cattolica, tramandato più per tradizione». Monsignor Severino Pagani èvicario episcopale per la Pastorale giovanile e universitaria della diocesi di Milano. Conosce bene questo mondo così diverso al suo interno («parlare genericamente diventa quasi un’offesa per loro», sottolinea).

E continua la sua riflessione: «Dentro il linguaggio affettivo si giocano molto. Tante volte avvertono un senso di colpa e di incoerenza, il distacco tra una religione affettiva e un impegno etico. Abbiamo tanti ragazzi che desiderano pregare, vorrebbero costruire bene una dinamica di amore. Ma poi prevalgono la voglia, la stanchezza, le sensazioni, le provocazioni culturali. E così si sentono profondamente divisi».

Nei confronti della religione il panorama giovanile è molto cambiato. «È vero, noto che l’atteggiamento ideologico di qualche anno fa non esiste più – sottolinea Pagani -. C’è invece l’esigenza della considerazione del fenomeno religioso all’interno di parametri nuovi: dà una risposta a un bisogno di trascendenza che i giovani hanno, magari come sofferenza. Capiscono che il respiro è diventato corto, anche perché le possibilità quotidiane di lavoro e di affetti sono esperienze di piccolo cabotaggio, durano quel che durano. Il bisogno, detto o meno, di una prospettiva più lunga c’è. Questo riapre il rapporto con la fede».

Allora la Chiesa ambrosiana su cosa punta per stare vicina ai giovani? «Innanzitutto sulla formazione e l’accompagnamento – risponde -. E sugli elementi strutturali che permettono di aggregare i giovani, perché un colloquio non risolve tutto. In questa Quaresima ci sono 400 18enni che fanno gli esercizi spirituali».

Ma cosa resta dopo i momenti pubblici? Monsignor Pagani è chiaro: «Come diocesi non poniamo mai in alternativa i due aspetti. Non è vero che gli eventi non servono a niente, perché un giovane ha bisogno di rispecchiarsi in iniziative pubbliche. D’altra parte però è molto debole se dopo nella vita non trova interlocutori che ne curano la formazione. Non metterei mai in alternativa i due momenti».

A livello parrocchiale la proposta è all’altezza o va cambiato qualcosa? «C’è molta sensibilità di giovani, di laici, di preti e religiosi che vorrebbero fare molto per i giovani – dice monsignor Pagani -. A volte ho la sensazione che sia difficile “albergare” lì tra i 18 e i 25 anni. Per cui le parrocchie si sforzano, anche se le energie a disposizione sono poche. Avere educatori di giovani oggi è un’impresa ardua. Anzi sarebbe meglio dire operatori di pastorale giovanile: giovani preti, coppie giovani, religiosi e religiose. Questo settore dovrebbe essere più potenziato. Il problema non sono dunque le idee, ma avere le energie. Dove si riesce a intervenire, i risultati ci sono».

E la questione dei cosiddetti “lontani”? «Una “relazione di aggancio” è fatta dai giovani stessi. Più che arrivare il parroco, arriva l’amico. Èla dimensione missionaria dei ragazzi: la maggior parte delle iniziative centrali della diocesi vengono costruite così. C’è uno “vicino” che porta qualcuno che era “lontano”». (p.n.)

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