Attacchi in 60 Paesi. La denuncia dell'osservatore permanente della Santa Sede presso l'Onu


Redazione

07/11/2008

a cura di Vincenzo CORRADO

«Il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione continua a subire gravi violazioni nel mondo». È quanto ha denunciato nei giorni scorsi a New York l’arcivescovo Celestino Migliore, intervenendo alla 63ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Monsignor Migliore ha richiamato l’attenzione «sulla necessità di un impegno tempestivo e concertato a livello legislativo, esecutivo e giudiziario per garantire che il diritto fondamentale alla libertà religiosa sia difeso e promosso in ogni Paese».

Secondo il Rapporto 2008 sulla “libertà religiosa nel mondo” di “Aiuto alla Chiesa che soffre”, sono oltre 60 i Paesi nei quali, ancora oggi, si contano attacchi alla libertà religiosa. India, Pakistan, Arabia Saudita ed Eritrea sono le nazioni dove il “diritto alla fede” è negato in maniera violenta e i credenti vengono perseguitati a volte fino alla morte; da non dimenticare gli esodi forzati dei cristiani dall’Iraq.

Monsignor Migliore, quali i temi toccati nel suo intervento all’Assemblea Onu?
Tre questioni di urgente attualità. Anzitutto, il clima di vera persecuzione verso alcune comunità cristiane, in Paesi come l’India e l’Iraq, per limitarsi alle situazioni più clamorose. In secondo luogo, ho voluto rilevare come, in questa congiuntura, il discorso sulla diffamazione delle religioni, che occupa molto spazio all’Onu, rischi di stornare l’attenzione e la preoccupazione dalla tutela delle persone e dei gruppi religiosi per circoscriverla alla difesa di simboli e concetti di vita. Questi vanno certamente protetti dalla denigrazione, spesso gratuita e inconcludente, ma la via più rapida per conseguire questa tutela è proprio quella di applicare dappertutto e verso tutti i credenti e i gruppi religiosi la piena libertà di religione. Infine, in un ambiente dove spesso si parla di dialogo interreligioso, anche fuori contesto, ho ricordato che il compito dell’Onu nell’ambito delle religioni è quello di discutere, spiegare e affinare il concetto di libertà religiosa, predisponendo meccanismi di monitoraggio e vigilando a che ogni Stato si adoperi per una piena attuazione dei suoi impegni.

Come sono state accolte le sue parole?
Le parole e le dichiarazioni hanno il loro peso perché le delegazioni governative sono generalmente sensibili ogniqualvolta sono chiamate in causa. Tuttavia, nell’Onu dove ogni giorno ci si incontra con rappresentanti permanenti o delegazioni dalle capitali, ci sono molti modi per far giungere ai Governi le preoccupazioni della Santa Sede. Modalità che non hanno la risonanza delle dichiarazioni pubbliche, ma che possono fornire elementi efficaci e rapidi per suscitare la volontà politica di arrivare ad una composizione delle vertenze.

I recenti attacchi armati, con omicidi e distruzione, contro i cristiani in India, in Iraq e in altre regioni del mondo sono fonte di grave preoccupazione. Ci aiuta a capire cosa sta accadendo in queste aree?
In India, come ci hanno spiegato esponenti della Chiesa nei mesi scorsi, il fondamentalismo religioso si è accanito contro la presenza in quei territori di religioni diverse da quella maggiormente legata alla cultura e alla civiltà locale, come se il diritto alla libertà religiosa appartenesse ad aree geografiche e culture, e non invece alle persone e alle comunità. Inoltre, la distruzione sistematica di scuole, cliniche, centri sociali e umanitari rivela una volontà di bloccare lo sviluppo e la promozione umana delle classi sociali emarginate e povere. In Iraq, la stessa Assemblea dei vescovi ha affermato che si tratta di un piano politico volto a creare subbuglio e conflitti fra le differenti componenti del popolo e lo sfollamento… una spinta verso la divisione e la spartizione del Paese.

Quale appello alla comunità internazionale?
È la globalizzazione stessa che ha portato alla ribalta l’urgenza del rispetto della libertà religiosa. La mobilità umana ha raggiunto livelli mai conosciuti prima. Persone e popolazioni di cultura, tradizioni, religioni diverse si incontrano, interagiscono in mille modi. Un saggio rispetto della libertà religiosa di ogni persona e gruppo di credenti rientra nelle regole indispensabili per assicurare un clima di pacifica coesistenza e cooperazione. È un impegno non solo per i Governi, ma per tutta la società civile, per ogni individuo e, in particolare, per le stesse comunità religiose.

Il diritto alla libertà religiosa pare essere ancora un miraggio in molti Paesi. Come poter garantire tale diritto? E cosa significa rispettarlo e promuoverlo?
I documenti base del diritto internazionale ne offrono una definizione concettuale e meccanismi validi per l’attuazione e la vigilanza. Tuttavia, è poi questione di volontà politica. Se in passato molti si erano convinti che la religione non è altro che oppio dei popoli, l’evidenza oggi la mostra come vitamina dei poveri. Essa ha anche una rilevanza sociale non indifferente. Occorre saggia e lungimirante volontà politica per non lasciarla strumentalizzare in alcuna direzione e ammetterla a far parte della soluzione dei problemi di oggi.

Perché c’è poca attenzione nell’opinione pubblica internazionale sui cristiani perseguitati?
Nella visione cristiana i titolari dei diritti umani sono la persona, la comunità, la società. Questa convinzione passa per vie efficaci ma lunghe e non si presta affatto alla facile tendenza di perseguire ciò che è politicamente corretto o conveniente.

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