Redazione

C’è chi matura e chi fa passi indietro. Se l’immigrato sta prendendo più coscienza della cittadinanza, con i suoi diritti e anche i doveri, il passo del gambero lo sta compiendo l’opinione pubblica italiana. Non è tenero don Giancarlo Quadri, responsabile dell’Ufficio per la Pastorale dei migranti, proprio nel giorno della Festa dei popoli. Fa suo e rilancia il forte invito del card. Tettamanzi rivolto alla Chiesa ambrosiana a cambiare atteggiamento, accogliendo come fratelli gli immigrati.

Intervista di Pino Nardi
Tratta da “Avvenire – Milano 7” del 6 gennaio

Nell’anno che si è aperto, quali sono i nuovi bisogni, le emergenze che vede?
Registro due elementi molto contraddittori: da una parte lo sviluppo del pensiero del migrante e dall’altra quello dell’opinione pubblica italiana.

Veniamo al primo…
Siamo arrivati a un punto in cui il migrante si rende conto che le cose che ha sempre chiesto e sognato, nessuno gliele regala: deve guadagnarsele! Si è aperta una stagione di presa di coscienza del migrante, e quindi di una maggiore serietà della migrazione pur permanendo le emergenze. Sulla cittadinanza il migrante sta riflettendo. Ha compreso quanto sia importante l’appartenenza ad un popolo. Ma questa appartenenza nessuno gliela regalerà, è lui che se la deve conquistare con la regolarità, la legalità, con il lavoro serio, una famiglia, anche se le fasce deboli rimangono sempre.

E dal “versante” italiano?
Mi sembra che l’opinione pubblica stia facendo passi indietro. Un segnale? La levata di scudi di alcuni Sindaci del Nord Italia che hanno dichiarato di non voler procedere con il matrimonio dei clandestini. Mi chiedo se c’è consapevolezza che in gioco c’è uno dei diritti umani inalienabili? Sinceramente non ho mai considerato i Sindaci come appartenenti a un partito politico! Fin da bambino ho sempre pensato al Sindaco come al “garante del buon senso” del suo paese o città. Per questo, considerato anche il veramente esiguo numero delle persone che in questo caso denunciano, mi sembra davvero un … “uovo fuori dal cesto”! Perché non denunciano invece il grave fenomeno dello sfruttamento delle donne immigrate, del lavoro nero, degli orari da schiave … tutte realtà che hanno casa soprattutto nelle loro Province e nei loro Comuni! Mi sembra una posizione molto ideologica e demagogica!

E come valuta la circolare del Comune di Milano che – pur senza affermarlo esplicitamente – impedisce l’iscrizione alle scuole materne dei figli di genitori immigrati irregolari?
Per tutta la nostra società, immigrati compresi, agire nel campo della legalità è necessario, doveroso, imprescindibile. Non so se l’effetto è voluto: ma è giusto – mi domando – che dei bambini non possano frequentare la scuola, solo perché i loro genitori sono irregolari? Immagino le difficoltà di ordine pratico per l’Istituzione, ma una soluzione va trovata. Accettare questo dato di fatto significa – culturalmente – compiere un passo indietro. Il grado di civiltà di una nazione si misura a partire dal modo in cui vengono accolti e considerati i bambini. Certo, sono figli di genitori senza cittadinanza, ma questo non significa che non abbiano dignità umana… Amo troppo la mia Milano per permettere che la mia città faccia discriminazioni sui bambini. Milano vuole bene ai bambini … tutti!

Qual è l’identikit del migrante a Milano?
Occorre distinguere. Oggi il migrante per la città di Milano è un sostegno fondamentale: se decidessimo di fare a meno del loro lavoro nei trasporti, nel commercio, badanti, colf, come potrebbe la metropoli andare avanti? C’è una coscienza nuova nei migranti, sono più responsabili che non qualche anno fa. Si stanno conquistando il loro posto in una società che li sottopone a molta fatica. E’ paradossale: con un occhio Milano guarda a loro come dei lavoratori, presenze indispensabili. Dall’altro occhio sono visti come cittadini di serie B, o addirittura non idonei per essere cittadini. E così l’immigrato vive nell’insicurezza, si guarda attorno con circospezione anche quando è a posto con la legge e con il permesso di soggiorno. Queste difficoltà di integrazione sono fonte di tante sofferenze per gli immigrati. Ferite profonde, che sfociano in stati di fragilità. Un esempio: l’altra mattina ho dovuto costatare la debolezza psichica di due persone valide, che non hanno retto alle difficoltà dell’integrazione e lentamente si sono “lasciati andare”. Per loro siamo dovuti ricorrere alle cure di uno psicologo.

Il card. Tettamanzi nella lettera per Natale ai migranti sollecita una conversione anche della Chiesa di Milano…
Innanzitutto devo ringraziare il Cardinale, la persona in Diocesi più sensibile verso l’immigrazione. Egli rivolge un monito preciso alla Chiesa, affermando che è in atto un profondo cambiamento. Ma – ci dice il Cardinale – dobbiamo convincerci a cambiare anche noi, sottolineando con coraggio che non tutti i fratelli italiani sono d’accordo su questo atteggiamento. Per Tettamanzi l’accoglienza della migrazione è una nuova maternità per la Chiesa: un bambino che nasce chiede alla madre e alla famiglia cambiamenti grandi. Quindi anche la Chiesa ambrosiana deve farlo. Il card. Martini diceva di educarci a vivere insieme ciascuno con le proprie diversità. Sono messaggi di due Arcivescovi differenti, ma uguali nella sostanza. Dobbiamo chiederci cosa cambiare per far posto alle espressioni più belle che i migranti ci portano, abbandonando quel senso di insofferenza verso di loro presente in alcune delle nostre comunità che si fa presente nella vita della comunità cristiana, nelle celebrazioni, nei consigli pastorali. In sintesi: mi sembra che la migrazione a livello mondiale e quindi anche da noi sia uno dei fenomeni più importanti nel cambiamento globale del nostro mondo. Non comprenderla o peggio intestardirsi su posizioni di chiusura vuol dire a mio parere rinunciare a fare dell’Italia un paese mondialmente in corsa per uno sviluppo umano, culturale, sociale, religioso imprescindibile per un paese moderno.

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