Monsignor Peppino Maffi illustra il nuovo percorso formativo compiuto dai 23 candidati: «Hanno vissuto in un'ottica di vera comunione e così hanno potuto affrontare meglio le fatiche delle relazioni che comporta lo stare dentro la quotidianità pastorale»


Redazione

06/06/2008

di Maria Teresa ANTOGNAZZA

Ultime ore in Seminario per i 23 futuri preti novelli della Diocesi ambrosiana, che sabato prossimo saranno ordinati dall’arcivescovo Tettamanzi nel Duomo di Milano. A Venegono Inferiore torneranno tutti insieme venerdì 13 giugno, per la prima messa di classe.

Ma come arrivano a questo importante appuntamento della loro vita i candidati 2008? «Per loro è stato un anno molto impegnativo – commenta il rettore, monsignor Peppino Maffi -, che è decisamente volato via, diviso, per la prima volta, tra un forte impegno pastorale nelle realtà parrocchiali dove resteranno per altri tre anni da preti e il completamento degli studi di teologia. Ma credo che, nonostante l’inevitabile condizione generale di affaticamento, per loro prevalga il grande desiderio e la passione con cui arrivano al momento dell’ordinazione, che è come il coronamento del sogno di una vita».

I 23 candidati della classe 2008 hanno dunque aperto la strada a un nuovo percorso formativo, studiato dal Cardinale e dal rettore Maffi che li ha visti “destinati” alla realtà pastorale fin dall’ultimo anno di Seminario. L’esperienza è stata positiva? «Un bilancio si potrà fare con serietà solo fra qualche anno – spiega Maffi -. Fin da ora però devo dire che, come ogni missione, anche questa ha incontrato alcune difficoltà, ma sicuramente ha portato più vantaggi che fatiche. I diaconi hanno vissuto questa immersione nelle realtà pastorali accompagnati da altri preti, in un’ottica di vera comunione e così hanno potuto affrontare meglio le fatiche delle relazioni che comporta lo stare dentro la quotidianità pastorale».

Come ormai accade da molti anni, i futuri preti arrivano al sacerdozio già piuttosto avanti nell’età: il gruppo più numeroso ha più di trent’anni, qualcuno veleggia verso i 40 e tre sono attorno ai 50. Quali saranno le fatiche più grosse, una volta diventati sacerdoti? «La prima sarà la capacità di recuperare tempo per mettere il Signore al centro della vita. Dal punto di vista concreto, invece, la fatica più grande è quella delle relazioni: se si lavora con vero spirito di comunione si ottengono dei buoni risultati, ma se prevalgono le differenze si va incontro a grosse fatiche. L’ultimo scoglio è dato dal contesto in cui questi giovani diventano preti, ben diverso da trenta, quarant’anni fa: ora siamo una minoranza e perciò non bisogna aspettarsi troppe gratificazioni dal fatto di essere sacerdoti, perché certamente sarà una cosa più faticosa di quanto non lo sia stata per me».

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