Il rapporto tra Paolo VI e pittori e scultori fu sempre stretto e fecondo. Molti di loro lo ritrassero in numerose circostanze e in diversi atteggiamenti: qui ricordiamo un ritratto opera di Ernst Gunter Hansing


Redazione

31/07/2008

di Luca FRIGERIO

Fin dagli anni Trenta Giovan Battista Montini si occupò di arte contemporanea con incessante interesse, non solo per una sua personale propensione, ma soprattutto perché aveva intuito sempre più precisamente la somiglianza del processo artistico con la vita religiosa, e più ancora con l’evento dell’Incarnazione, arrivando ben presto alla conclusione che fra Chiesa e Arte vi fosse una reciproca attrazione, una comune necessità. Il suo invito agli artisti riuniti nella Cappella Sistina, il 7 maggio 1964, a collaborare alla «conquista spirituale del mondo», segnò così una svolta epocale, dopo gli ultimi decenni di incomprensioni e sospetti.

Per questo, e per molti altri motivi ancora, il rapporto fra Paolo VI e gli artisti fu sempre molto stretto e fecondo. Pittori e scultori, incisori e medaglisti, da Bodini a Scorzelli, da Manfrini a Calvelli, da Longaretti a Cimnaghi, furono non solo attratti dalla personalità di Montini, ma anche ispirati dalla sua figura, così carismatica e profonda, ritraendolo in molteplici circostanze e occasioni.

Anche Ernst Gunter Hansing dedicò una serie di ritratti a Paolo VI alla fine degli anni Sessanta, all’epoca della pubblicazione dell’enciclica Humanae Vitae, ma anche quando l’opera pastorale del Pontefice si trovò a essere oggetto di contestazioni. Una di queste opere è conservata presso la Collezione Arte e Spiritualità di Brescia: si tratta di una tempera su carta, datata 1969, che riporta la dedica a don Pasquale Macchi, a cui fu infatti donata dallo stesso artista tedesco. La vediamo qui a destra.

Montini è colto qui in un momento di preghiera intimo e personale, il capo reclinato e le mani incrociate sul petto. Con una felice invenzione iconografica, Hansing costella i lineamenti del Papa di immagini simboliche: sulla nuca, infatti, a ben osservare, si intuiscono le tre croci sul Golgota, mentre sulla fronte si delinea un angelo, e più in basso è “inserita” la Natività e la Crocifissione.

Non si tratta di un semplice divertissement, ma della volontà di mostrare come l’essenza evangelica sia interiorizzata nel corpo stesso di Paolo VI. Montini non è qui soltanto il rappresentante della Chiesa, ma l’uomo, il sacerdote, immortalato nel raccoglimento della preghiera, segnato dalla storia e dalla Verità: «l’incarnazione più sincera dell’umiltà», come osservava l’artista.

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