Benedetto XVI per la XXX Giornata: la capacità di servire la vita è la cifra della civiltà di un popolo


Redazione

04/02/2008

di Fabio ZAVATTARO

Piazza San Pietro accoglie migliaia di fedeli che portano striscioni e palloncini verdi: una moltitudine che guarda a quella finestra, sicuramente la più famosa al mondo, e ascolta il rinnovato appello del Papa che sottolinea come sia «impegno di tutti accogliere la vita umana come dono da rispettare, tutelare e promuovere, ancor più quando essa è fragile e bisognosa di attenzioni e di cure, sia prima della nascita che nella sua fase terminale».

Parole chiare per dire no all’aborto, all’eutanasia; e per ribadire che la vita, qualsiasi vita, in qualunque latitudine è sacra. Così il suo sì alla vita guarda al Kenya per chiedere «riconciliazione, giustizia e pace», nell’auspicio che gli sforzi di mediazione «grazie alla buona volontà e alla collaborazione di tutti, a una rapida soluzione del conflitto, che ha già provocato troppe vittime».

Guarda all’Iraq dove «la malvagità, con il suo carico di dolore, sembra non conoscere limiti», e dove «due ragazze down sono state usate come kamikaze per far scoppiare le bombe».

Guarda, infine, alla Colombia dove «figli e figlie subiscono estorsione, sequestro e la perdita violenta dei propri cari». Vita, dunque, da difendere, tutelare, servire.

Con le parole dei vescovi italiani, Benedetto XVI incoraggia quanti «con fatica, ma con gioia, senza clamori e con grande dedizione, assistono familiari anziani o disabili, e a coloro che consacrano regolarmente parte del proprio tempo per aiutare quelle persone di ogni età la cui vita è provata da tante e diverse forme di povertà». E non è un caso, infine, che ribadisca come «ognuno, secondo le proprie possibilità, professionalità e competenze, si senta sempre spinto ad amare e servire la vita, dal suo inizio al suo naturale tramonto».

Parole che subito portano alla mente il dibattito di questi giorni, che vede in primo piano la moratoria sull’aborto, la richiesta di rivedere, alla luce delle acquisizioni medico scientifiche, la legge 194. E soprattutto quel documento firmato da neonatologi e ginecologi delle università romane La Sapienza, Tor Vergata, Gemelli e Campus Biomedico che dice: un neonato vitale, in estrema prematurità va trattato come qualsiasi persona in condizioni di rischio e assistito adeguatamente a prescindere dalla sua età, anche se i genitori non sono d’accordo.

Come dire, non vale quel calcolo delle 22 settimane che fa dire alle indicazioni di una commissione del ministero della Salute «solo cure compassionevoli», cioè assistito amorevolmente ma senza l’aiuto di macchinari e dunque lasciato, come dire, al proprio destino.

E’ implicito che l’obbligo di aiutare il neonato prematuro vale anche nel caso in cui il piccolo doveva essere abortito. Parole queste che apriranno un dibattito serio nel mondo medico, ma anche in quello politico. Una prospettiva che in qualche modo Papa Benedetto aveva auspicato nel suo discorso al Corpo diplomatico all’inizio dell’anno quando, richiamando la risoluzione sulla moratoria sulla pena di morte, aveva detto: «Faccio voti che tale iniziativa stimoli il dibattito pubblico sul carattere sacro della vita umana».

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