I "testimoni" della fede che nell'ultimo secolo hanno dato la loro vita per il Signore verranno ricordati nella preghiera lunedì 24 marzo. Dall'esempio di mons. Romero a quello di don Santoro


Redazione

19/03/2008

di Vincenzo PAGLIA
Vescovo di Terni, Narni, Amelia
Presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo
e il dialogo

La giornata di preghiera per i “Nuovi Martiri”, celebrata ormai in tante parti del mondo, manifesta una rinnovata coscienza della Chiesa contemporanea circa la centralità del martirio nella vita dei credenti. Si deve a Giovanni Paolo II questa attenzione ai milioni di “testimoni” del Vangelo che nell’ultimo secolo hanno dato la loro vita per il Signore. Si tratta di milioni di credenti, appartenenti sia al cattolicesimo che all’ortodossia o al protestantesimo, uccisi per la loro fede.

La data del 24 marzo, scelta per ricordarli tutti in un’unica memoria, ricorda il giorno del martirio dell’arcivescovo salvadoregno, Oscar Arnulfo Romero. Fu ucciso mentre celebrava la messa, al momento dell’offertorio. Lo ricordò in maniera solenne Giovanni Paolo II nella celebrazione per i “Nuovi Martiri”, il 10 maggio 2000 al Colosseo. Nell’oremus conclusivo, il Papa ricordò come esempio dei testimoni di questo tempo «l’arcivescovo Oscar Romero, ucciso sull’altare mentre celebrava l’Eucarestia».

È una morte nella quale oggi vengono come raccolte tutte le altre morti. Sino all’ultima, quella di monsignor Rahho, un altro vescovo. È stato rapito non molti giorni fa, dopo una celebrazione nella sua cattedrale di Mosul, in Iraq. È una ulteriore vittima della violenza che vede i cristiani continuare a dare il contributo di sangue.

D’altra parte il martirio è parte integrante del Vangelo, ne è il cuore. Il noto biblista e musicista Albert Schweizer, protestante, ama dire che se si toglie al Vangelo la sua “eroicità” lo si intacca alla radice. L’incontro con la croce è parte integrante della vita dei discepoli di Gesù.

Monsignor Romero, dopo l’assassinio di un prete, nell’omelia disse: «Non tutti, dice il Concilio Vaticano II, avranno l’onore di dare il loro sangue fisico, di essere uccisi per la fede, però Dio chiede a tutti coloro che credono in lui lo spirito del martirio, cioè tutti dobbiamo essere disposti a morire per la nostra fede, anche se il Signore non ci concede questo onore… Dare la vita non significa solo essere uccisi; dare la vita, avere lo spirito del martirio è dare nel silenzio, nella preghiera, nel compimento onesto del proprio dovere; in quel silenzio della vita quotidiana; dare la vita a poco a poco come la dà la madre, che senza timore, con la semplicità del martirio materno, dà alla luce, allatta, fa crescere e accudisce con affetto suo figlio». Parole che debbono farci riflettere. Non c’è discepolato senza martirio. Non c’è cristianesimo senza martirio. Non c’è cristiano se non si dà la propria vita al Signore e agli altri.

Il 5 febbraio scorso mi trovavo a Trebisonda per ricordare il secondo anniversario della morte di don Andrea Santoro. Ho voluto sedermi all’ultimo banco, dove lui stava pregando mentre venne ucciso con due colpi di pistola. Aveva in mano una Bibbia. Dei due colpi sparatigli contro, uno gli passò il cuore e forò la Bibbia, come a voler legare con il sangue quel cuore e quella Bibbia.

Sul suo comodino è restato un libro che stava leggendo, I nuovi martiri. C’era un segno in una pagina ove si parlava dei martiri di questo tempo e si sottolineava la frase che esortava a prepararsi al martirio. È un invito a viverlo – come esortava monsignor Romero – ogni giorno nella propria vita. Il martire è colui che non vive più per se stesso, ma per il Signore. E Gesù ce ne dà per primo l’esempio.

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