Il segno della presenza di Dio in mezzo alle tante insicurezze della città


Redazione

20/05/2008

di Pino NARDI

La grande città secolarizzata, spesso indifferente, giovedì 22 maggio rivivrà la processione diocesana del Corpus Domini. L’Eucaristia sulla strada con le ansie e le speranze degli uomini di oggi. Un’occasione di testimonianza e preghiera. Ma cosa rappresenta oggi questa ricorrenza? Ha ancora un senso sfilare in silenzio per le vie della metropoli?

«La festa del Corpus Domini esprime sempre un profondo conforto. Mette in luce, infatti, il mistero grandissimo della presenza di Gesù in mezzo a noi – sottolinea monsignor Severino Pagani, vicario episcopale per la Pastorale giovanile della diocesi di Milano – che si concede alla preghiera e alla carità di coloro che lo amano. Ma manifesta insieme il desiderio di una esposizione di questo dono, che è per tutti coloro che lo vedono passare. Anche oggi, in un mondo dalle plurime secolarizzazioni, la processione, se è vissuta con sobrietà e coraggio, è in grado di mettere in luce questo duplice volto dell’Eucaristia. Davanti al tabernacolo si vive la preghiera e si rinnovano i propositi della carità; davanti all’esposizione eucaristica di una processione si manifesta la lode e la riconoscenza, l’attenzione al mondo e la missione».

«Nel centro di Milano, luogo di incontro di tante esperienze, culture e gente diverse – afferma don Bortolo Uberti, vicario parrocchiale di S. Nazaro, da dove partirà la processione -, il fatto che ci sia la presenza di un segno forte come l’Eucaristia è un messaggio grande. Di solito tutti vanno di fretta, sono affannati per il lavoro, gli affari e il divertimento. Anche mostrare un modo diverso di camminare diventa un segno profetico, per un bisogno di spiritualità, per un desiderio di andare oltre l’immediato. È un messaggio sul ritmo della vita e sulla sua meta. Se pensiamo all’ansia, all’insicurezza, al senso di solitudine e di vuoto, poter percorrere la strada con questa percezione della presenza di Dio in mezzo a noi è molto suggestivo. Bisogna avere la capacità di far arrivare questo messaggio, anche se a volte forse la formula può sembrare un po’ antica».

«Questa processione, che per anni era stata sospesa, è stata poi ripristinata; questo indica la difficoltà celebrativa di una manifestazione così grande a seconda dei tempi storici – sottolinea don Augusto Casolo, parroco di S. Lorenzo alle Colonne – si può continuare a fare, però va preparata molto bene, avendo per tempo la collocazione e l’itinerario, perché le comunità possano prepararsi e vivere questo momento come la visita del Signore alle proprie case».

E il rapporto con la città? «Poi c’è il confronto con il mondo laico – risponde don Casolo -. Bisogna far sapere alla società civile che intendiamo fare questa iniziativa: non vuole essere un atto di prepotenza o di invasione, ma la testimonianza di una comunità che si esprime. E dobbiamo farlo con umiltà».

Sulla capacità di coinvolgimento è più problematico monsignor Maurizio Rolla, prevosto di Saronno: «Credo che la processione abbia un valore più per chi crede. Per gli altri non so se smuova qualcosa. Forse ci si illude che sia davvero il messaggio alla città. Da quello che percepisco dalla gente, si tratta più di un “affare privato” di chi la propone. Alcuni dicono che la Chiesa deve fare dei segni, ma non mi sembra che siano questi quelli che si aspettano».

A Monza, invece, l’esperienza è ancora significativa: «La processione è sentita nelle parrocchie – sottolinea il prevosto, monsignor Silvano Provasi -. Anche se non bisogna abusare di queste manifestazioni: vanno preparate bene, tendendo all’essenziale, usandole come momento di testimonianza della fede e di silenzio».

Riflette ancora don Severino: «La sfida è che sappia parlare, che il modo, il tempo e il luogo siano occasione di annuncio. Se è così, anche i giovani cristiani ci stanno: sono ben innestati nella tradizione della Chiesa; collaborano, modificano, trasformano, ma ci sono. Certo, cercano un linguaggio comunicativo che ancora deve farsi strada tra i grandi cambiamenti culturali. La processione è un cammino che attraversa le piazze e le vie, ma anche le generazioni, in cerca di modalità antiche e nuove per dire ciò che non si può e non si potrà mai dimenticare: che Dio è sempre fedele all’uomo e che nello Spirito Gesù rimane con noi».

Soprattutto per i giovani va rivolta dunque l’attenzione di sperimentare linguaggi nuovi. «Stiamo riflettendo su una proposta per tutta la città di Saronno di fare una settimana unica, che cerchi di arrivare anche oltre a chi già fa parte della comunità – annuncia monsignor Rolla -. Stare in silenzio, dare un’icona, un linguaggio particolare, una proposta di manifesto visivo che dia qualche provocazione, che faccia ritornare all’ascolto e alla contemplazione. Penso che sia molto più efficace questo che non andare per le strade».

Aggiunge don Uberti: «C’è bisogno di rieducare una preghiera del cuore, perché molti giovani sono sensibili sotto l’aspetto emotivo e affettivo. Rivalorizzare questa preghiera dell’adorazione potrebbe essere una strada da percorrere».

«L’essenzialità, dove al centro c’è l’Eucaristia e basta – aggiunge monsignor Provasi -, può catturare anche l’attenzione e il bisogno reale di un giovane. Invece il gusto “barocco” di un grande ostensorio dorato, con luci e fumo, che ci introduceva nel mistero, forse ai ragazzi oggi dice poco».

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