Noi primi o secondi (dipende dalle annate) produttori al mondo e alla quantità abbiamo saputo accostare la qualità, non più esclusiva francese

di Nicola SALVAGNIN

vino made in italy

Cinque miliardi di euro: questa è la cifra dell’export di vino registrato nel corso del 2013, dati Wine Monitor. Un caposaldo del nostro agroalimentare e, in definitiva, della nostra economia, in controtendenza rispetto ad un panorama di generale desolazione. Siamo tra i primi o secondi (dipende dalle annate) produttori di vino al mondo, ma alla quantità abbiamo gradualmente saputo accostare la qualità, non più esclusiva dei francesi. Il tutto verrà celebrato nei prossimi giorni al Vinitaly di Verona, la più importante fiera mondiale del vino assieme alla biennale Bordeaux, anche se oggi trasformatasi più in un colossale carrozzone mediatico che in un luogo d’affari.

Perché il vino è trendy, oltre che redditizio. Ma purtroppo non lo è uniformemente, per un Paese che non ha vigneti solo nel Bellunese, nel Polesine e a Cremona. L’Italia è un vigneto diffuso, forte di centinaia di varietà autoctone; qui la storia del vino è storia di civiltà.

Ma se passiamo al lato economico, le cifre raccontano di territori che hanno saputo investire sia nella qualità che nella vendita (comunicazione, marketing, export), con ritorni esaltanti: Veneto, Piemonte e Toscana sono ai primi tre posti tra le regioni esportatrici, le prime due anche in forza di notevoli quantità oltre che di vini prestigiosi (Barolo, Barbaresco, Amarone, Prosecco) e di consolidati canali di vendita. I dati però raccontano perfettamente la capacità di trasformare il vino in bottiglie da 7-10 euro, piuttosto che da 3 euro l’una (o peggio). Vedi il confronto tra Trentino Alto Adige, che vende all’estero i suoi Muller Thurgau e Teroldego per quasi mezzo miliardo di euro, e il Friuli Venezia Giulia che qualitativamente non sarebbe da meno, ma che non sa imporre la forza dei suoi bianchi e rossi, ed esporta per appena 76 milioni di euro. Mancano le grandi cooperative trentine, manca la capacità di fare sistema, manca una visione in grande di troppi piccoli produttori.

Ma che dire di due giganti della produzione come Puglia e Sicilia? Che le cose non vadano molto bene lo segnalano le cifre dell’export: nemmeno 100 milioni di euro a testa, con la Puglia che, in controtendenza con il resto d’Italia, è riuscita a perdere un quarto del prodotto esportato nel giro di un solo anno. Brutto segnale, dopo dieci anni di crescita continua.

E che si tratti di una questione che investe qualità e promozione, lo testimonia il risultato di un’altra regione, quell’Abruzzo che ha saputo trasformare le sue cisterne di Trebbiano e Montepulciano in pregiate bottiglie che regalano 120 milioni di euro fatturati all’estero. Produce di meno, guadagna di più delle “colleghe” più meridionali.

Se il mercato italiano non va – e non va -, la via di fuga dell’oltre-Brennero diventa necessità vitale; nei nostri supermercati le vendite sono calate del 6%, complice anche un aumento dei prezzi che certo non ha favorito la ripresa. Ma le ricerche di mercato segnalano un consumatore sempre più evoluto, che trascura magari i vini in brick per cercare la bollicina, la doc, il biodinamico. Non si beve più “vino”, ma una miriade di prodotti per diverse nicchie di consumatori; mentre all’estero ormai va soprattutto la qualità dei nostri grandi rossi. Il tempo dei vini da taglio in trasferta francese è ormai inesorabilmente alla fine. 

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