Ministeri della Difesa e dei Trasporti condannati a risarcire 110 milioni a tre familiari delle vittime. L’Associazione chiede di sollecitare risposte da Francia e Usa

a cura di Francesco ROSSI
Agenzia Sir

Ustica

C’è stata una battaglia, nei cieli di Ustica, e fu un missile ad abbattere il Dc9 dell’Itavia, il 27 giugno 1980. Questa la conclusione a cui è giunta la terza sezione civile della Corte di Cassazione, nella sentenza con cui ha confermato la condanna dei Ministeri della Difesa e dei Trasporti a risarcire tre familiari delle vittime della strage. La Suprema Corte ha stabilito che «è pacifico l’obbligo delle amministrazioni ricorrenti di assicurare la sicurezza dei voli» ed «è abbondantemente e congruamente motivata la tesi del missile» accolta dalla Corte d’Appello di Palermo nel primo verdetto sui risarcimenti ai familiari delle vittime depositato il 14 giugno 2010.

Intanto l’Associazione familiari delle vittime chiede allo Stato di percorrere l’ultimo miglio verso la verità, sollecitando le risposte da Francia e Stati Uniti. Parla Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei parenti delle vittime della strage di Ustica.

Come hanno accolto la pronuncia della Cassazione i familiari delle vittime?
Innanzitutto facciamo chiarezza: la sentenza riguarda un procedimento aperto solo da tre parenti delle vittime. Solo a costoro (i primi a rivolgersi al giudice civile, ai quali hanno poi fatto seguito quasi tutti gli altri familiari, ndr), quindi, si riferisce il risarcimento. L’importante, però, è che un tribunale civile abbia accettato le conclusioni del giudice Priore del 1999, secondo cui il Dc9 è stato abbattuto all’interno di un episodio di guerra aerea, a causa di un missile che l’ha attraversato. Proprio perché ha riconosciuto come giusta quella ricostruzione, la Cassazione non ha potuto che confermare la condanna dei ministeri competenti, che dovevano vedere gli aerei in volo quella sera, comunicare eventuali cambi di rotta ai piloti del Dc9 e, in fin dei conti, prevenire il dramma.

A questa sentenza ne seguiranno altre sul piano civile?
Sì, solo lo scorso anno è giunta a sentenza, al Tribunale di Palermo, una causa intentata da più di 80 parenti, le cui conclusioni sono le medesime. Ma l’Avvocatura dello Stato anche qui ha fatto ricorso in appello, per non pagare.

Una scelta che lei non condivide…
Invece di andare contro ai procedimenti avviati dai parenti, perché il Governo non manda avanti la diplomazia per far sì che gli Stati stranieri rispondano ai nostri giudici, secondo quelle rogatorie sollevate già dal 2007, quando Cossiga cominciò a dire la sua verità? Questa sentenza ci dà la forza di tornare a premere sul Governo affinché faccia il passo necessario che oggi è ineludibile per la dignità nazionale. Perché continuare a subire questa onta e non pretendere la verità? È squallido che gli altri Paesi ci trattino in questo modo.

C’è chi, come lo stesso giudice Priore, contrappone questa sentenza a quella penale della Cassazione del 2007 che assolse i generali autori – secondo l’accusa – dei depistaggi. Cosa ne pensa?
I vertici dell’Aeronautica vennero incriminati per alto tradimento e non depistaggio, termine che non figura nel nostro codice penale. Questo reato non è stato riconosciuto loro, ma la storia è lunga… L’alto tradimento, prevedendo una pena fino all’ergastolo, era l’unico reato non prescrittibile. Ma il giudice Priore, oltre a questi quattro, rinviò a giudizio una settantina di persone per falsa testimonianza, distruzione delle prove e così via. Per questi ultimi, però, è intervenuta la prescrizione. Mentre per gli accusati di alto tradimento in sede penale non si è riusciti a dimostrare che loro avevano partecipato e visto i tracciati dai quali era possibile capire cosa stava succedendo, complici i depistaggi compiuti.

Sul piano penale a che punto siamo?
I giudici romani nel 2007, dopo le dichiarazioni di Cossiga, hanno riaperto le indagini chiedendo rogatorie alla Francia e all’America. Ma bisogna sollecitare risposte, finora assenti.

Secondo lei sarà possibile giungere a risposte che possano fare luce sulla verità?
Certo, ma serve un impegno congiunto di parenti delle vittime, opinione pubblica e organi d’informazione, al fine di spingere il Governo a occuparsene. Non si può non andare avanti: questa verità dipende dagli uomini, e anche se chi è responsabile di quanto successo quella sera in qualche parte del mondo ha ancora potere, dopo 32 anni ci vuole la forza politica di stanarlo.

Per mettere un punto fermo sulle stragi di quegli anni – da quella alla stazione di Bologna all’Italicus, fino appunto al Dc9 – si parla ancora della necessità di togliere il segreto di Stato…
Non ha alcun senso parlare di segreto di Stato, né per questa, né per le altre tristi vicende. Non si può porre il segreto di Stato sulle stragi, ed è assurdo farvi riferimento, come se la verità fosse dentro a un cassetto. È una banalità che porta la gente a non mobilitarsi e, in fin dei conti, a rassegnarsi e non cercare più la verità.

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