All’interno di un compito nel complesso molto gravoso, resta auspicabile il superamento dell’ostracismo alle paritarie

di Alberto CAMPOLEONI

scuola
Portrait of a happy school boy raising his hand in the classroom

Quanta fatica. Viene da pensare così a proposito della annunciatissima riforma della scuola, che tuttavia è sempre dietro l’angolo e ancora non si materializza. Di rinvio in rinvio, per la presentazione del decreto e del disegno di legge che dovrebbero dare corpo alle novità si è arrivati ai primi di marzo.

Muovere la scuola sembra davvero un compito estremamente gravoso. E probabilmente uno dei motivi risiede nelle dimensioni elefantiache del sistema, che coinvolge direttamente un numero elevatissimo di persone e, comunque, riguarda tutto il Paese. La Buona Scuola di Renzi e del ministro Giannini dovrebbe essere comunque pronta per debuttare, a cominciare dal primo passo che riguarda l’assunzione dei precari, fino a cancellare le graduatorie provinciali. Ma proprio su questo punto sono sorti problemi legati ad esempio al fatto che ci sarebbero supplenti di materie che non s’insegnano più. Che fare? Il mega-piano del governo dovrebbe prevedere l’assunzione solo per gli insegnanti “necessari alle scuole”. E poi ci sono i dubbi su mobilità e organico funzionale: ai neoassunti verrà chiesto di trasferirsi di provincia o addirittura di regione? E l’organico sarà d’istituto o di rete? I docenti saranno assegnati alle scuole o a reti di scuole che potranno utilizzarli al meglio? Potrebbe essere anche misto.

Le risposte verranno dal decreto del governo. Non sono però solo questioni “burocratiche”, vanno infatti a definire la cornice di un quadro complesso i cui colori saranno poi determinati dalle altre misure – verranno demandate al disegno di legge – che riguardano il curriculum dello studente e l’ampliamento dell’offerta formativa (con vecchie e nuove materie da insegnare). Senza dimenticare il nodo che riguarda carriera, valutazione e merito degli insegnanti, vero tabù che in passato è costato anche qualche poltrona di ministro. Non sono chiari, per adesso, i contorni della questione, certo la valutazione del merito, richiesta da anni a gran voce, è ineludibile e comporterà anche l’esame dell’attività didattica degli insegnanti, altro tabù che coinvolge tra l’altro la problematica delicatissima della libertà d’insegnamento.

Naturalmente la riforma che verrà ha già molti oppositori. E circolano anche proposte di legge alternative a quella del governo. A cominciare dal progetto “dal basso”, “Per la Buona scuola della Repubblica”, che parte da un testo avanzato già nel 2006 e si propone come vero interprete della “scuola della Costituzione”. C’è anche una recente proposta del Movimento 5 Stelle, che ad esempio insiste sulle assunzioni dei precari, proponendone 300 mila fino al 2020.

Una cosa curiosa. Tra tanti punti, meritevoli tra l’altro di attenzione e approfondimento, si trova sempre (o quasi) un refrain che sembra nascondere antichi pregiudizi e contesta i “privati”, che metterebbero le mani sulla scuola e le scuole non statali che non dovrebbero avere finanziamenti. Premesso che il rapporto tra privato e pubblico nel mondo scolastico è assolutamente da tenere sotto la lente d’ingrandimento, suona anacronistico trovare ancora il classico no ai finanziamenti alle scuole gestite da privati (nel quadro di regole chiare e condivise), alle paritarie che pure fanno parte del sistema pubblico d’istruzione e che fanno invece risparmiare lo Stato. Anzi, proprio la disparità tuttora esistente sulle risorse, peraltro in disaccordo con una legge precisa, è auspicabile che venga superata. Anche questo garantirebbe una scuola migliore.

 

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