Il referendum di 75 anni fa restituì al popolo la sovranità, da allora esercitata nella forma della democrazia rappresentativa. Celebrare quell’evento significa impegnarsi a riscoprire il valore della casa comune, a prendere coscienza dei doveri di solidarietà all’interno della comunità e a ribadire la tensione all’unità

di Franco MONACO

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Repubblica è parola composta. Ricavata letteralmente dalla latina res publica, cioè cosa di tutti. Sotto il profilo istituzionale la Repubblica è una forma di governo. Concettualmente si distingue dalla monarchia e, storicamente, in Italia a essa è seguita. Grazie a un referendum istituzionale celebrato il 2 giugno del 1946, cioè settantacinque anni fa. La vittoria del fronte repubblicano fu di misura, il Paese si divise.

Passare dalla monarchia alla Repubblica, per gli italiani, significò passare da sudditi a cittadini. Cioè al protagonismo dei cittadini che si autogovernano attraverso libere elezioni. Merita notare due cose.

La prima: quel giorno, per la prima volta, il voto fu esteso alle donne. Oggi, giustamente, ci si sorprende di una esclusione tanto a lungo perpetrata. Ma la circostanza semmai conferisce ancor più rilievo alla portata storica di quel referendum con il quale finalmente si introdusse il suffragio universale.

Secondo: sempre quel 2 giugno, contestualmente, si votò per eleggere i membri dell’Assemblea costituente, che operò tra il 1946 e il 1947, redigendo la nostra Costituzione, entrata in vigore il primo gennaio 1948. Costituzione che, nel suo primo articolo, stabilisce che la sovranità appartiene al popolo e che esso la esercita nelle forme e nei limiti fissati appunto dalla Costituzione e dalle leggi.

È utile soffermarsi sul punto. Da un lato, la palese novità rispetto al passato monarchico: sovrano è il popolo, meglio il cittadino, non il re. Si restituì così lo scettro al suo legittimo titolare. È il cittadino l’attore-protagonista, artefice del proprio destino. Qui si scorge la marcata discontinuità non solo, come si è detto, dalla forma monarchica dello Stato, ma anche da quelle di stampo totalitario o oligarchico. Nel caso italiano, dalla versione del totalitarismo da noi storicamente sperimentata, ovvero il fascismo (con il quale peraltro la corona fu connivente). Ma anche dallo Stato liberale prefascista che lo aveva preceduto e che era contrassegnato da un carattere ristretto e censitario. Spesso sfugge che l’incipit della Carta (la Repubblica fondata sul lavoro) sta a significare proprio un profondo cambiamento di ciò che sta alla base della casa comune: non il censo, non uno status particolare, ma la generalità dei cittadini. Tutti, senza eccezioni, in ragione del loro “lavoro” inteso come contributo attivo e responsabile a edificare la Repubblica. Ecco perché vi è un nesso stretto tra Repubblica e democrazia, governo del popolo.

L’intero edificio costituzionale, gli organi della rappresentanza (a cominciare dal Parlamento) ultimamente attingono la loro legittimazione dalla volontà dei cittadini elettori. Dall’altro – spesso lo si trascura, ma è scolpito a chiare lettere nella seconda parte dell’articolo 1 – l’esercizio concreto della sovranità è affidato a chi, secondo la Costituzione, riceve un mandato al riguardo. Per evidenti ragioni pratiche e di principio. Come sarebbe possibile, nelle moderne società di massa, che ciascun cittadino potesse prendere decisioni in nome e per conto di tutti? Egli lo può fare solo conferendo un mandato a suoi rappresentanti, con un voto libero e auspicabilmente consapevole. È la democrazia rappresentativa, che può essere integrata, ma non sostituita dalla democrazia diretta. I populisti di vario conio fanno leva su tale mistificazione brandendo enfaticamente il principio (per sé sacrosanto) della sovranità popolare.

In questa luce, si può comprendere la ragione per la quale la Costituzione fa tutt’uno con l’avvento della Repubblica, ne rappresenta il frutto e il compimento (al punto che la forma repubblicana non è suscettibile di revisione costituzionale) e l’antifascismo – cioè il ripudio del totalitarismo da noi conosciuto – a sua volta sia stato l’humus e il cemento dell’impianto costituzionale. 

Talvolta si confonde la Repubblica con lo Stato. È una visione riduttiva o addirittura deformata di essa. L’art. 114 della Costituzione chiarisce che lo Stato è solo una espressione istituzionale – con altre: Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni – della Repubblica, la quale è qualcosa di più e di diverso dallo Stato. Essa è la comunità politica al cui vertice (e al cui fondamento, se adottiamo l’immagine cara a Moro della piramide rovesciata) stanno il cittadino e le formazioni sociali. Se così concepita, come casa comune, non sorprende leggere, all’articolo 2 (per i costituenti, la vera architrave dell’edificio), che la Repubblica non si limita a riconoscere e garantire i diritti della persona, ma altresì a essa «richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Celebrare il 75° della Repubblica, dunque, non è solo fare memoria di una data cruciale della nostra storia, ma, di più, è impegno a fare nostro, rinvigorendolo, un vero spirito repubblicano. Che, essenzialmente, si concreta in tre “abiti civili virtuosi”: il senso-valore della casa comune (con la cura quotidiana per le cose di tutti); la coscienza dei doveri di solidarietà che vivificano il tessuto comunitario (a cominciare dalla fedeltà fiscale); la tensione unitaria oggi vieppiù necessaria per uscire dal dramma che ci ha investito. In coerenza con ciò che rappresentò la Repubblica, e cioè la ricomposizione unitaria delle molteplici fratture vecchie e nuove che avevano lacerato l’Italia: laici e cattolici, fascisti e antifascisti, comunisti e anticomunisti, nord e sud del Paese rispettivamente a maggioranza repubblicana e monarchica. La concordia invocata oggi incessantemente dal presidente Mattarella. Ce lo suggerisce anche Papa Francesco, sia quando sostiene che l’unità deve prevalere sul conflitto, sia quando ammonisce che da una crisi della portata della pandemia di sicuro non si esce uguali a prima, ma migliori o peggiori. Due esiti entrambi possibili e che molto dipendono dal grado del nostro sentimento unitario. Niente è scontato.

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