Oltre all’attivista indiano Kailash Satyarthi, il riconoscimento anche a Malala Yousafzai, la 17enne pakistana ridotta in fin di vita dai talebani

di Alberto CAMPOLEONI

Malala

Un premio per due. Il Nobel per la pace questa volta è andato a due persone: Malala Yousafzai e l’attivista indiano Kailash Satyarthi. Malala è la 17enne pakistana attaccata dai talebani e ridotta in fin di vita nel 2012 per le sue prese di posizione a sostegno del diritto allo studio delle bambine. Satyarthi ha invece 60 anni e dagli anni Novanta è in prima fila nella lotta contro lo sfruttamento del lavoro minorile, ha portato avanti la tradizione del Mahatma Gandhi e ha attuato diverse forme di proteste pacifiche «concentrandosi sul grave sfruttamento dei bambini per scopi economici».

Un premio per due ma, in fondo, con un unico “beneficiario”: il mondo dei più piccoli, i bambini e il loro futuro. Sì, perché l’impegno di Malala e di Satyarthi guarda lì, al futuro, con la convinzione che se non ci prendiamo cura dei più piccoli il mondo sarà peggiore. Una cura che passa anche e forse soprattutto attraverso la scuola, l’istruzione e l’educazione, di cui la pace è un obiettivo importante.

Malala, parlando all’Onu nel giorno del suo sedicesimo compleanno, il 12 giugno 2012 – dopo le cure e le operazioni che l’hanno salvata dalla morte cui l’avevano destinata i talebani, sparandole alla testa – aveva spiegato, con la semplicità di un’adolescente, che basterebbe poco per “cambiare il mondo”: un libro e una penna. «Cinquantasette milioni di bambini hanno bisogno del nostro aiuto, e non chiedono un iPad o un iPhone, ma un libro e una penna». Proprio così. E l’anno scorso a Strasburgo, nel ricevere il premio Sakharov per i diritti umani, era tornata sul medesimo argomento, chiedendo specialmente all’Unione europea di fare di più perché i bambini dimenticati del mondo possano leggere e scrivere. Scuola per tutti, e soprattutto per quanti rischiano l’emarginazione. Bambine in prima fila.

È un invito, quello di Malala, che in un Paese come il nostro può sembrare meno efficace. Noi siamo, infatti, abituati alla scuola, ci vanno (quasi) tutti e forse c’è anche chi pensa che sia troppo. Eppure, non sempre la scuola viene avvertita come bene comune primario, priorità per la comunità e per il futuro. Gli investimenti sulla scuola e sull’educazione sono continuamente da sollecitare e promuovere e proprio in questi giorni, giusto per rifarsi all’attualità, dalle piazze affollate (ma non troppo…) di studenti che manifestano si sente ripetere il grido (lo slogan): “Difendiamo la scuola”. Naturalmente poi bisognerebbe intendersi sul “come”. Ma tant’è: la scuola, l’istruzione, l’educazione sono – Malala docet e il Nobel lo rinforza – le condizioni dello sviluppo vero, della salvaguardia di futuro. Per tutti.

E lo sa bene anche Kailash Satyarthi che si batte contro gli effetti devastanti di chi il “diritto all’istruzione” nemmeno lo immagina: i bambini sfruttati e ridotti in schiavitù in India e in tante altre parti del mondo. A loro ha dedicato il premio, affermando che si tratta di «un onore per tutti quei bambini che soffrono in schiavitù, vittime del lavoro forzato e dei traffici». Da sempre questo attivista indiano ha messo in relazione la lotta contro lo sfruttamento dei minori con il “diritto” di tutti loro all’istruzione. Da qui, proprio da qui, passa un mondo migliore.

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