Benedetta Tobagi ha ricostruito in un libro la lunghissima vicenda processuale seguita all’attentato alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, mai rivendicato e rimasto impunito, a causa di depistaggi e infiltrazioni interne allo Stato: «Il processo è stato un incubo e un risveglio»

di Luisa BOVE

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Sono passati cinquant’anni dalla strage di piazza Fontana. Quel pomeriggio del 12 dicembre 1969, nella sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura, c’erano oltre 300 persone: la bomba scoppiata nel pomeriggio provocò 17 morti e 88 feriti. I mandanti discutevano se compiere un attentato dimostrativo o fare una carneficina, come di fatto avvenne. Si è parlato di pista anarchica e poi di pista “nera”, fino ad arrivare a Ordine Nuovo. Benedetta Tobagi, che si è già occupata della strage di piazza della Loggia a Brescia, ora ha pubblicato un volume di oltre 400 pagine dal titolo Piazza Fontana, il processo impossibile.

Tobagi, cosa ha significato per lei questo lavoro?
È il frutto di una ricerca molto ampia e molto lunga, con cui ho voluto proseguire il lavoro, che ormai mi impegna da dieci anni, sulla storia delle stragi politiche in Italia e soprattutto dei loro processi. L’aspetto più sconvolgente e sconcertante è che questi attentati sono rimasti in larga parte impuniti. E questo perché vi sono state coperture istituzionali ormai documentatissime a livello giudiziario e storico.

Non a caso è stato definito «il processo impossibile». Le indagini sono state spesso ostacolate o rallentate da depistaggi, coperture, infiltrazioni, false dichiarazioni legate a segreti politico-militari… Ma chi aveva interesse?
Lo stragismo, e piazza Fontana in primis, va inteso nel quadro interno e internazionale dell’Italia di allora. Dobbiamo tenere presente che l’Italia nel 1969 era una Repubblica giovanissima: immaginiamola come una giovane di 23 anni e con un passato molto pesante. La Repubblica italiana infatti era ancora gravata dai retaggi lasciati dal precedente regime nel corpo degli apparati di sicurezza e della macchina burocratica dello Stato. In Italia la crescita è velocissima e vorticosa, non solo quella economica, ma anche sociale. In particolare, a partire dal ’68 abbiamo grandissime mobilitazioni e proteste, da parte prima degli studenti e poi dei lavoratori. Ebbene, piazza Fontana giunge alla fine di quello che è stato chiamato «l’autunno caldo», una stagione di scioperi senza precedenti che porterà a contratti molto vantaggiosi per i lavoratori e all’approvazione dello Statuto.

Queste rivendicazioni però infastidivano qualcuno…
Il Paese che chiede trasformazioni e più diritti per i lavoratori spaventa una parte delle classi dirigenti, in particolare i gruppi più conservatori e i grandi interessi industriali. Inoltre, il dato strutturale più importante è che l’Italia, al tempo della Guerra fredda, è una terra di frontiera in una posizione strategica delicatissima. Come disse Aldo Moro nel memoriale della stagione delle Br, piazza Fontana e la strategia della tensione dovevano riportare l’Italia sui binari della normalità dopo il ’68 e l’autunno caldo. La bomba del 12 dicembre, che non è rivendicata, crea un allarme e uno sconcerto incredibile nella popolazione. L’attentato viene attribuito agli anarchici per criminalizzare, in senso lato, tutto quel mondo effervescente della sinistra extraparlamentare contestataria e favorire una domanda d’ordine. Le indagini partono immediatamente dai vertici dell’alta polizia e oggi sappiamo che il depistaggio è partito dall’Ufficio affari riservati, cioè la prima divisione del Ministero degli Interni.

Lei ha scritto un’opera monumentale per restituire al pubblico la completa ricostruzione delle indagini e dei processi con tutti i soggetti coinvolti…
A me interessava accompagnare i lettori in un percorso che permettesse di capire cosa c’è dietro un paradosso apparente. Per piazza Fontana ci sono stati tre processi lunghi 36 anni, che si sono conclusi nel 2005 con la Cassazione che dice: noi dobbiamo mandare assolti tutti gli imputati, abbiamo ricostruito che questa bomba è attribuibile a un’organizzazione eversiva di estrema destra, Ordine Nuovo gruppo Veneto, e sebbene non siano più processabili perché già assolti, dal punto di vista storico noi consideriamo coinvolti nella preparazione degli attentati due terroristi neri, Franco Freda e Giovanni Ventura (i principali imputati del primo grande processo). Da una parte questo genere di sentenze genera confusione e sconcerto nell’opinione pubblica, dall’altra tutta la cultura di destra nega che ci sia stato un coinvolgimento di estremisti neofascisti e neonazisti. Il mio libro ripercorre i processi spiegando come si sono svolti, cosa è successo, quali meccanismi sono stati messi in atto per sabotare e depistare le indagini e chi invece le ha portate sulla pista giusta. C’è stato un vero corpo-a-corpo dentro lo Stato e studiando piazza Fontana questo si vede con una plasticità impressionante.

A distanza di cinquant’anni, che cosa resta e che cosa ha insegnato al Paese, alla magistratura, alla politica e alle forze dell’ordine quella che è stata definita la «strage di Stato»?
A me ha colpito molto una frase detta contro il Vietnam da un attivista americano che negli stessi anni fu oggetto di un processo politico clamoroso negli Stati Uniti: «Il processo è stato un incubo, ma anche un risveglio». Tale espressione si adatta perfettamente a piazza Fontana perché questo caso così eclatante ha messo in luce tante debolezze e mal funzionamenti della giustizia di quegli anni. Il processo è stato accompagnato da un dibattito vivacissimo all’interno della magistratura che, nel corso del decennio, ha compiuto passi importanti verso la propria indipendenza interna. Piazza Fontana ha innescato anche modifiche a livello legislativo: si va dall’intervento per limitare la durata del carcere preventivo alla prima legge organica che regola il funzionamento non solo dei servizi segreti, ma anche del segreto di Stato. E poi, contro la retorica schiacciante dell’Italia dei misteri in cui tutte le stragi restano impunite, rimane il lavoro imponente di tanti magistrati nelle varie sedi in cui si è indagato (penso a D’Ambrosio e Alessandrini), oltre a molti avvocati, giornalisti, semplici cittadini e familiari delle vittime che si sono attivati, nonostante gli interessi politici per coprire la vicenda, facendo emergere la verità. Questa è una grande lezione perché mostra come anche in passaggi politici davvero difficili e drammatici esista una possibilità, un margine d’azione. Credo sia importante ricordarselo, specialmente in tempi di pessimismo come quelli che stiamo attraversando oggi.

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