Una sentenza che rende giustizia e lancia un monito

di Riccardo MORO

Scuola Diaz

I fatti sono di undici anni fa. Onestamente troppi per una sentenza definitiva. Ma, se pur tardi, si tratta di un passaggio prezioso per il Paese. Troppo numerose sono state in Italia le sentenze mancate, i fatti accertati, prime fra tutti le stragi, che non hanno trovato verità giudiziale. Con la sentenza che condanna molti alti dirigenti della polizia per i fatti della Scuola Diaz durante il G8 di Genova si chiude un capitolo, per quanto possibile, nella chiarezza.

I fatti sono noti. Durante la notte del vertice internazionale, poliziotti, graduati e no, entrano nella Scuola Diaz, dove molte persone sono ospitate per la notte. Si tratta di cittadini italiani e stranieri in prevalenza giovani, fra loro alcuni giornalisti, che erano stati rigorosamente autorizzati dalle autorità competenti sia a manifestare, sia a dormire nella scuola durante i giorni del vertice. È l’avvio di una serie di fatti che mai avremmo voluto vedere nella storia democratica del nostro Paese. I poliziotti entrano nella scuola colpendo con violenza indiscriminatamente tutti coloro che trovano sulla loro strada. Il giorno successivo chi entra nella scuola trova tutto distrutto. Sul pavimento laghi di sangue. Le macchie più incredibili quelle contro i muri, prodotte facendo sbattere la testa alle persone e facendole strisciare con violenza contro le pareti. Sul pavimento in corrispondenza delle strisce di sangue ci sono ancora i denti. Per i fermati non è finita. La notte è un incubo di ulteriori violenze e umiliazioni. Impronunciabili quelle contro le donne. Per qualcuno il delirio durerà qualche giorno. Per descriverlo è stata usata con consapevolezza la parola tortura.

Tutto questo, come è stato ampiamente dimostrato nei processi, non era giustificato da una reazione violenta di chi dormiva nella scuola. Era stato pianificato a tavolino. Sono state fabbricate prove false, come le bottiglie molotov e le spranghe portate nella scuola dai poliziotti e mostrate il giorno dopo ai giornalisti per giustificare l’azione e screditare moralmente e politicamente i manifestanti. Tutta l’azione è stata costruita sull’inganno con un cinismo e una violenza che speravamo appartenere solo alle degenerazioni più gravi delle milizie che hanno animato i colpi di stato cileno e argentino degli anni Settanta.

In un Paese civile le forze dell’ordine proteggono i cittadini e sono uno strumento prezioso per la vita democratica. Godendo dell’autorizzazione, a precise condizioni, all’uso di armi e forza che gli è attribuito dallo Stato, il solo ad averne il monopolio, hanno una responsabilità speciale e preziosa. Spesso sono state oggetto di violenza e alcuni loro rappresentanti hanno offerto la vita per la democrazia del nostro Paese, caduti per mano del terrorismo o della criminalità organizzata. La loro divisa è cara a tutti i cittadini che amano e servono la democrazia italiana. Per questo i fatti di Genova sono sconvolgenti.

Quanto è avvenuto è spiegabile solo in tre modi. Un disegno politico, che mai deve appartenere alle forze dell’ordine, un’incredibile manifestazione di piacere animalesco per l’uso violento del potere, o un clamoroso errore di valutazione della pericolosità della situazione, che comunque mai autorizzerebbe l’uso di prove false, violenza e umiliazioni. Quale che sia il caso, protagonisti e responsabili di fatti di questo tipo non posso ulteriormente continuare a servire lo Stato, per palese disprezzo della Costituzione o per manifesta incapacità professionale.

Oggi la sentenza chiude un capitolo importante. Di fronte a lacerazioni di questo tipo è importante favorire processi di riconciliazione. Ma questi sono possibili solo nella verità.  Difficile avviarli se i colpevoli non ammettono le loro responsabilità. Con la pena comminata ai colpevoli, la giustizia processuale non ripara, non restituisce alle vittime ciò che è stato loro sottratto. Ma riconoscendo i fatti a nome della comunità ristabilisce la dignità delle vittime, quella violata dagli insulti e dalle umiliazioni. Per questo è una sentenza importante.

Dopo la sentenza sono arrivate le scuse “dovute” del Capo della Polizia Manganelli. Avremmo preferito, onestamente, che arrivassero prima, quando i fatti e le responsabilità della Polizia erano stati incontrovertibilmente accertati. Questa vicenda, però, non riguarda un fatto isolato e richiede l’apertura di una riflessione ampia sulle forze dell’ordine italiane. In un evento importante e pubblico come il G8, come si è potuto pianificare un’azione così arrogante e cinica, pensando di essere impunibili e al di sopra di ogni sospetto? Come si è potuto promuovere i protagonisti di quell’azione a nuovi e più autorevoli incarichi mentre erano già inquisiti? Non basta dire, come ha fatto Manganelli, che fino a sentenza definitiva c’è presunzione di innocenza. Presunzione di innocenza è non condannare nelle piazze; promuovere gli indagati è arroganza istituzionale. Quella arroganza può generare frutti perversi. Le vicende di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi, entrambi morti per botte date da uomini in divisa, allarmano. Nel caso di Aldrovandi indignano i terribili insulti che ancora nei giorni scorsi gli sono stati rivolti in rete da altri uomini in divisa, “offesi” dal Tribunale che ha riportato verità sulla vicenda. Manganelli ha dovuto chiedere scusa anche alla mamma di Aldrovandi, e ha fatto bene. Ma due lettere di scuse così gravi in una settimana rendono evidente il problema. Non è più procrastinabile una coraggiosa operazione di riforma, trasparenza e formazione che tolga ogni dubbio sulla professionalità e sull’appartenenza democratica delle forze dell’ordine. Non bastano solo nuove nomine al vertice forzate da una sentenza. Non è una responsabilità solo del Capo della Polizia.

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