Non si può immaginare un luogo migliore per educare alla cittadinanza e alla responsabilità nei confronti del mondo che cambia e delle sfide che ci aspettano

di Alberto CAMPOLEONI

Parlare di scuola al tempo della “grande migrazione”. Viene da pensare così accostando i fatti di cronaca, italiani ed europei, al momento particolare che coinvolge ragazzi e famiglie, alla vigilia di un nuovo anno scolastico. Viene da riflettere, in particolare, su cosa possa dire/fare/promuovere il movimento educativo, e la scuola in particolare, di fronte a quello che appare un fenomeno sociale potenzialmente devastante.

Ciò che sta accadendo in generale in Europa e in modo più specifico alle sue porte mediterranee – Italia in prima fila, ma anche in Grecia e poi, sulle vie di terra, in Ungheria, per esempio – è sotto gli occhi di tutti. Una migrazione che pare inarrestabile, fatta di uomini, donne e bambini, in fuga da situazioni insostenibili, dalla guerra e dalla povertà. Persone che cercano asilo, lavoro, sicurezza. Speranza. Persone che non hanno paura – o semplicemente non hanno scelta – di affrontare viaggi rischiosi, di mettere a repentaglio la propria vita e quella dei familiari per fuggire da Paesi dove l’esistenza è evidentemente percepita ancora più in pericolo.

Un fenomeno, questo della migrazione, che impressiona con notizie e immagini d’effetto, che scatena sentimenti contrastanti nei Paesi “presi d’assalto”, e in fondo mette paura. Perché appare – ed è – inarrestabile e senza una soluzione immediata. In grado di destabilizzare in profondità il tessuto sociale dei territori coinvolti.

Certo, servono risposte “politiche” ad ampio raggio. Occorrono concertazione e cooperazione internazionale, tra i Paesi di accoglienza, investimento di risorse e governi coraggiosi per far fronte a quel che accade, non più rubricabile sotto la categoria dell’emergenza. Più ancora, pare necessario un cambio di passo culturale, per evitare che siano le paure e i risentimenti a lievitare gli animi delle persone e dei popoli. Paure e risentimenti che attecchiscono con facilità e che pure sono cavalcati non di rado da persone senza scrupoli.

Non bastano le emozioni. Un bimbo morto sulla spiaggia, i gommoni o i treni presi d’assalto, il serpentone sull’autostrada per una marcia infinita verso i confini sono immagini evocative. Scuotono e commuovono, ma possono scivolare via in fretta. Invece quello che sembra più utile è “lavorare” su queste immagini, metabolizzare ciò che accade e farne occasione di un profondo lavoro culturale.

Ecco la scuola, al tempo delle migrazioni. La scuola che sta per cominciare ancora una volta per tantissimi bambini, ragazzi e famiglie, può e deve affrontare l’attualità. È il luogo deputato per una riflessione e una prassi quotidiana che mette alla prova le capacità di comprensione dei fenomeni e soprattutto di “risposta”, che può promuovere in concreto integrazione, tolleranza, apertura mentale, speranza.

La scuola non può, naturalmente, farsi carico di tutto, ma non si riesce a immaginare un luogo migliore per l’elaborazione dei sentimenti e dei pensieri, per l’educazione alla cittadinanza e alla responsabilità, collettiva e individuale, nei confronti del mondo che cambia e delle sfide che ci aspettano nei prossimi decenni.

L’anno scolastico che sta per cominciare non può non raccogliere questa “provocazione” del tempo contemporaneo e a sua volta risultare “provocatorio” per tutta la società. Sempre di buona scuola si tratta.

 

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi