In un Dal Verme molto affollato l'incontro col Patriarca caldeo sulla persecuzione dei cristiani in Iraq: «Non ce ne andiamo. Per noi la fede è un rapporto di amore che vale il sacrificio»

di Francesca LOZITO

Louis Sako

Costruire la pace a partire dall’educazione. Aprirsi al dialogo, comprendere le differenze. Avere reciproco rispetto. È questo il cuore del messaggio che sua beatitudine il Patriarca Raphael Louis Sako ha voluto consegnare alle tante persone che affollavano ieri sera il Teatro Dal Verme. Un incontro molto partecipato quanto toccante per la testimonianza del Patriarca dei Caldei sulla situazione dei cristiani in Iraq.

Monsignor Luca Bressan ha dato il saluto dell’arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola, impossibilitato a partecipare: «Porto il saluto partecipato e commosso della diocesi. Ci prepariamo ad ascoltare con attenzione il racconto di un modo diverso di vivere la fede». Una testimonianza che interroga la Chiesa ambrosiana: «Vediamo in voi – ha aggiunto Bressan – il modo di imparare di nuovo il nesso tra fede cristiana e croce. Non è possibile misurare l’evangelizzazione con i parametri del successo».

La serata è stata introdotta da un video girato dal giornalista di Tempi Rodolfo Casadei tra gli sfollati di Erbil la scorsa estate. Le popolazioni del Nord sono state colpite da una insensata persecuzione che li ha portati a dover scegliere tra due strade: convertirsi all’Islam (come richiesto loro dal gruppo fondamentalista dell’Isis) o andarsene dalle proprie terre rimanendo cristiani. Hanno scelto la seconda ipotesi: «Questa terra è nostra – ha detto il Patriarca -. Questa è una terra biblica, siamo cristiani dal primo secolo. Eppure dalla Piana di Ninive e da Mosul hanno cominciato a cacciare i cristiani. Per questi cristiani la fede non è una idea, ma un rapporto di amore: sono pronti a sacrificarsi».

Isis fa il suo ingresso nella piana di Ninive dopo il 17 agosto: «120 mila persone sono state cacciate – prosegue nel suo racconto Sua Beatitudine -: preti, anziani, ammalati, famiglie. Per noi tutto questo è stata una sorpresa, mai nella storia era successa una cosa simile. Abbiamo accolto queste famiglie nelle chiese, nella cattedrale, nelle scuole. Pensavano di poter tornare subito nei loro villaggi, ma era molto difficile». La testimonianza, dunque, diventa il racconto di una minoranza: «Oggi siamo un piccolo resto – prosegue il Patriarca -, ma sappiamo che abbiamo la vocazione di portare aiuto e pace ai nostri fratelli. Abbiamo bisogno della vostra solidarietà spirituale e morale».

Tutto è più difficile proprio lì dove i diritti fondamentali non vengono garantiti: «La giustizia non c’è, è un ideale, soprattutto in questi Paesi. Tutto è politicizzato ed è una politica che cerca gli interessi economici, una politica molto sporca. Distruggono tutto, ammazzano le persone come se non avessero un valore. Anche Ban Ki Moon ha detto che quello che sta accadendo è un crimine contro l’umanità: i fondamentalisti vanno fermati».

Come percorrere dunque la via della pace? «L’educazione dei musulmani a un sentimento puro fermerà il fondamentalismo – è certo il Patriarca -: stanno spingendo i cristiani a convertirsi all’Islam, questa è ideologia. Ci vuole la cultura del dialogo, del rispetto delle persone. Occorre cambiare i programmi dell’educazione religiosa delle scuole. Bisogna parlare degli altri, educare alla cittadinanza e alla pace. E finirà questa ideologia violenta e chiusa».

Camillo Fornasieri, del Centro culturale di Milano che ha organizzato l’incontro, formula al Patriarca la domanda finale: lui cosa farà, resterà o andrà via se le cose dovessero peggiorare ancora? Sua Beatitudine risponde con molta serenità: «Io rimango li, questo tempo cambierà».

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