Una domanda fondamentale per garantire la coesione sociale e una dignitosa qualità della vita per tutti

di Andrea CASAVECCHIA

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La disuguaglianza all’interno dei singoli Paesi aumenta. Questo è uno dei fenomeni che attraversano questa fase storica: gli economisti ci dicono che crescono le distanze tra chi ha reddito da lavoro e chi può godere dei frutti di rendite o patrimoni all’interno dei singoli Paesi. Mentre la quota di popolazione più ricca mantiene le sue posizioni, quella, che un tempo veniva chiamata classe media o ceto popolare, vede ridursi progressivamente le proprie possibilità; infine, tende a essere un po’ più ampia la fascia dei più poveri.

Il senso d’inquietudine che osserviamo crescere nella popolazione risiede in parte nelle conseguenze di questa situazione: molti non hanno perso posizioni nella gerarchia sociale, però hanno perso in qualità della vita. Non possono più permettersi oggi, alcune cose che ieri erano per loro scontate: c’è chi riduce le spese mediche, chi rinuncia ad andare a lavoro in auto optando per i mezzi pubblici, c’è chi sceglie di acquistare ai discount. Si diffonde un senso d’insoddisfazione. Quando poi emergono le emergenze (un licenziamento, una malattia, l’assistenza a un familiare) queste persone e le loro famiglie corrono il rischio di andare in crisi e l’insoddisfazione si tramuta velocemente in insicurezza.

Nel frattempo gli stessi soggetti vedono erigersi nuove barriere: quartieri super accessoriati con vigilantes che li proteggono, cliniche ultra moderne e molto costose, ristoranti inaccessibili. Loro che camminano su strade piene di buche, che devono timbrare un cartellino, mentre altri possono lavorare da casa. Si genera rabbia, senso di rivalsa, conflittualità, perché si perde la speranza di mobilità sociale.

La distanza economica diventa sociale e si riproduce nella qualità della vita. Si apre una forte domanda: quanta disuguaglianza è sostenibile in una società? Oltre agli effetti diretti sui singoli cittadini la disattenzione verso quelli che rimangono indietro porta alla sfiducia verso le istituzioni, alla frattura dei legami sociali, a rinchiudersi in circoli ristretti che generano familismo amorale.

Certo all’interno di una stessa comunità le differenze sono sempre esistite, e società di uguali e omologanti sono irrealizzabili e ideologiche. La questione è quanta disuguaglianza è sopportabile perché una società mantenga coesione sociale e possa offrire a tutti pari opportunità per il futuro. I sistemi di welfare per questo sono stati inventati. Oggi l’aumento della disuguaglianza c’interroga su quale possa essere un equo sistema per la redistribuzione delle risorse, che sia capace di attivare le persone, senza cedere all’assistenzialismo, che promuova inclusione e sia investimento sociale, senza generare sprechi e alimentare ulteriori bisogni.

 

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