L’esperienza di Talea, scuola per immigrati di prima e seconda generazione con percorsi di eccellenza negli studi o iscritti agli albi professionali. Parla Otto Bitjoka, presidente della Fondazione Ethnoland che l’ha ideata

di Pino NARDI

Otto Bitjoka, presidente della Fondazione Ethnoland

È uno dei tanti volti nuovi di Milano. Magari poco conosciuti, eppure si stanno affermando. Sono i giovani immigrati che cominciano a prendere piena consapevolezza delle proprie capacità, diventando una ricchezza per la metropoli e per il Paese. Non per lavori di bassa qualificazione o manodopera a poco prezzo, ma nuovi leader. Questo è l’obiettivo di Talea, la scuola di leadership per immigrati di alto profilo professionale. Giunta alla seconda edizione, è promossa dalla Fondazione Ethnoland, in partnership con importanti aziende italiane. Si tratta di una scuola – che si terrà dal 2 al 12 giugno presso il monastero di Camaldoli – rivolta a giovani immigrati di prima e seconda generazione con percorsi di eccellenza negli studi universitari o iscritti agli albi professionali. Alla scuola si associa anche il Talent Welcome Day, una giornata di incontri con le imprese. Gli interessati possono mandare il curriculum (cv@taleaweb.eu) e partecipare allo screening che avverrà fino alla fine di aprile, quando sarà comunicato ai candidati l’esito della selezione (info: www.taleaweb.eu; tel. 02.97382866). Ne parliamo con Otto Bitjoka, presidente della Fondazione Ethnoland.

Come nasce Talea?
Il progetto nasce da un’osservazione chiara. Penso che la capacità di produrre ricchezza degli immigrati, la condivisione della Costituzione e l’accettazione della convivenza pacifica non sono più in discussione. Perciò la percezione della cittadinanza glocale è ormai nel Dna, perché considero l’emigrato come una categoria esistenziale della nostra contemporaneità. Tuttavia mi sono reso conto che in Italia non c’è la tendenza a valorizzare il merito, che la cultura della mediocrità nasce dal fatto che la carriera si fa attraverso la cooptazione. Questo vale ancora di più per l’emigrato, che pure valendo qualcosa è consapevole che non vale, perché la società gli ha fatto capire che qualsiasi cosa faccia il suo destino è segnato, deve essere un emigrato di servizio. Allora il problema è di lavorare sulla consapevolezza dell’immigrato del suo valore intrinseco, fargli capire che solamente il suo protagonismo, attraverso la leadership, può liberarlo da questa prigionia.

Qual è il bilancio della prima edizione?
Questa scuola di leadership è molto selettiva perché prende solamente 20 studenti. L’anno scorso avevamo avuto più di 400 curricula, la maggior parte avevano un dottorato di ricerca e parlavano in media tre-quattro lingue. Ha avuto un gran successo e abbiamo deciso quindi di continuare. In realtà non è un corso di master, ma di consapevolezza, di leadership, di contenuti (come si scrive un curriculum, come presentarsi, come parlare in pubblico, come capire questo fenomeno di mobilità globale, cos’è il diversity management, cosa porta come valore aggiunto nella società). Sono tutti aspetti che portiamo alla riflessione della società, per una nuova coscienza collettiva.

Come ha risposto il mondo imprenditoriale ed economico?
Molto bene. L’anno scorso abbiamo promosso una giornata con 12 multinazionali che hanno assunto immigrati: un ingegnere all’Abb, un responsabile marketing a Extrabanca, qualcuno alla Bosch o in una banca a Roma. Insomma c’è stata una dinamica nuova. Quest’anno lo rifaremo con 40 multinazionali, che hanno chiesto di inserire sul nostro sito le offerte di lavoro. Tante imprese italiane fatturano all’estero. Allora domando: se lavoro con il Marocco o l’India mi conviene avere un direttore commerciale marocchino, indiano o italiano? Meglio uno originario di quel Paese. Se vivono qui formati con la cultura italiana è meglio valorizzarli, perché se si sentono molto più italiani possono essere il miglior vettore dell’internazionalizzazione dell’impresa italiana, ne diventano i migliori ambasciatori. Questa è una nuova sfida.

Di solito lo straniero viene identificato con lavori di basso profilo. Il vostro è un elemento di rottura rispetto allo stereotipo…
Sì, è un elemento di rottura. Noi facciamo una lettura paradigmatica del fenomeno, il movimento migratorio è una realtà storica imprescindibile. Io che sono del Camerun, non ci torno più, perchè sono italiano, sono milanese. Ma perché non devo acquisire questa consapevolezza? Io porto un valore aggiunto nella mia diversità. Oggi gli immigrati non devono più chiedere cosa ti dà l’Italia, ma pensare cosa possono portare loro, perché oramai la società è meticcia.

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