Dal ballottaggio francese del 6 maggio segnali importanti anche per l'Unione

di Gianni BORSA
Sir Europa - Bruxelles

Nicolas Sarkozy

A mano a mano che si chiariscono i dati del primo turno delle presidenziali francesi, si delinea un quadro per molti aspetti interessante. Anzitutto si può notare come l’astensionismo, attorno al 20%, sia da considerarsi a livelli quasi “fisiologici” e certamente non eccessivo nel quadro dei trend della partecipazione elettorale su scala europea. Ossia i francesi, nonostante tutto (la crisi economica, le incertezze derivanti dalla scena internazionale, qualche forma di “malapolitica” e alcuni scandali o sovraesposizioni mediatiche dei politici che non mancano nemmeno a Parigi), si sono recati alle urne in grandissima maggioranza, con la voglia di far sentire la propria voce per la scelta del presidente della Repubblica, che, oltralpe, ha un ruolo di particolare “peso” – così come a suo tempo volle il generale De Gaulle – sia sul piano della garanzia istituzionale, sia su quello del governo politico del Paese.

La seconda osservazione può riguardare la dispersione del voto. Al primo turno si presentavano ben dieci candidati e i primi due più votati, il socialista François Hollande (28,6% delle preferenze) e il presidente uscente dell’Ump, Nicolas Sarkozy (27,1), raccolgono poco oltre la metà dei suffragi. Il resto dei quali si orienta su tutti gli altri, con l’esplosivo – e carico di incognite – successo della rappresentante dell’estrema destra Marine Le Pen (17,9%). Seguono il neo giacobino Mélenchon (11,1%) e il centrista Bayrou (9,1%, sempre stando ai dati provvisori); quindi, distanziatissimi, tutti gli altri competitori. Il voto dei francesi si “spalma” su una pluralità di proposte, di programmi, di leader, senza incoronare nessun candidato. Anche per questa ragione il secondo turno di ballottaggio, fissato al 6 maggio, così come le elezioni legislative di giugno, appaiono sotto il segno dell’incertezza.

Da qui al 6 maggio Hollande e Sarkozy faranno i salti mortali per accaparrarsi il consenso degli elettori degli altri candidati, ma al contempo dovranno convincere i propri sostenitori a tornare alle urne per il ballottaggio. Dare l’impressione di aver già la vittoria in tasca o, al contrario, trasmettere la convinzione di un percorso troppo in salita potrebbe far pensare agli elettori che sia meglio restarsene a casa, con sorprese che nessuno dei due leader può permettersi.

La Comunità internazionale, e l’Unione europea in particolare, guardano con estrema attenzione all’esito finale, con la consapevolezza del ruolo centrale che la Francia, assieme alla Germania, svolge – nel bene e nel male – per l’integrazione europea. L’Europa sa che Sarkozy è in difficoltà: le tante promesse che aveva incarnato con la prima elezione sono state mantenute solo in parte, anche a causa della crisi. Hollande del resto promette un atteggiamento differente di Parigi verso l’Ue (orientato più alla crescita, sostiene, rispetto al rigore finora preteso da Sarkozy e dalla sua principale alleata, la cancelliera tedesca Merkel). I giochi sono assolutamente aperti e, ancora una volta, se ne può stare certi, la Francia saprà attirare su di sé i riflettori del mondo intero.

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