Il sindaco Vera Baboun, cattolica, ha ricevuto un gruppo di pellegrini dell’Ac ambrosiana e con loro ha commentato le parole del Pontefice a Rio de Janeiro alla luce della situazione della sua terra

di Martino INCARBONE

Ac Betlemme

«La prima città che ho visitato in Italia, dove sono stata quattro volte, è stata Milano. E in Italia tornerò presto, perché proprio nei giorni scorsi ho ricevuto l’invito ad andare ad Assisi per l’incontro con Papa Francesco». Così ci racconta Vera Baboun, cattolica, vedova e madre di cinque figli che da meno di un anno è stata eletta sindaco di Betlemme.

Il Municipio della città si affaccia proprio sulla piazza della Basilica della Natività, dal lato opposto. Ci riceve al secondo piano del palazzo comunale nella saletta di rappresentanza, dove accanto ad alcune foto di Betlemme campeggia la sua foto con Papa Francesco, probabilmente alla cerimonia ufficiale di inizio pontificato nella scorsa primavera. Il gruppo che il sindaco incontra è particolare: diciotto pellegrini dell’Azione Cattolica di Milano, che il giorno precedente – tramite suor Luisa, vicaria del convento delle suore francescane di Betlemme – hanno chiamato in Comune per chiedere un appuntamento con il primo cittadino della città.

Il gruppo è presente a Betlemme da domenica sera, dopo due giorni di sosta presso il Monte delle Beatitudini sul Lago di Tiberiade, per visitare la Galilea. Lo scopo del viaggio è un campo di volontariato per animare un oratorio feriale presso il convento delle Suore Francescane con una quarantina di bambini della città, insieme con il gruppo scout locale: con l’occasione il gruppo sta visitando i luoghi santi e incontrando diverse realtà della città in cui è nato Gesù, tra cui anche l’istituzione pubblica.

Signor Sindaco, Papa Francesco in questi giorni è in Brasile per la Gmg e nel suo primo discorso in Brasile ha parlato così dei giovani: «La gioventù è la finestra attraverso la quale il futuro entra nel mondo. È la finestra, e quindi ci impone grandi sfide. La nostra generazione si rivelerà all’altezza della promessa che c’è in ogni giovane quando saprà offrirgli spazio». Come lei interpreta questa affermazione di papa Francesco, come cristiana che vive a Betlemme oggi?
La sfida per i giovani in Palestina e a Betlemme è duplice: è una sfida che implica la ricerca di un futuro, ma allo stesso tempo la necessità di sfidare il presente. I giovani in Palestina e a Betlemme vivono un presente di anormalità e questo significa grandi sforzi dei loro genitori, della comunità cristiana e di chi ha responsabilità istituzionali per aiutare i giovani a convivere, ma anche a sfidare l’anormalità in cui vivono. La prima cosa a cui penso è il muro: che cosa significa un muro? Un muro in mezzo alla città è una pura e semplice anormalità, da cui discende la prima sfida: dare ai nostri bambini e giovani una visione perché loro possano decidere di restare in questa terra, di rimanere per essere veramente la finestra su un futuro di salute, di speranza e di ricchezza. Perché vivere e rimanere all’interno di questo muro? Ciò che temo davvero, ciò che mi terrorizza, è il fatto che questo muro esterno si interiorizzi nelle persone. Perché un essere umano con un muro all’interno del cuore non ha niente a che vedere con il messaggio di Nostro Signore che ci ha creati. Il secondo aspetto è sfidare il presente. Il muro è una chiusura anche dal punto di vista economico e sociale: a Betlemme abbiamo un tasso di disoccupazione del 25%, il tasso più alto della Cisgiordania, simile a quello nella Striscia di Gaza. Per questo motivo stiamo cercando di allargare la città verso sud e in alcuni punti della parte nord, e stiamo costruendo a Betlemme una zona industriale, che potrà dare 5000 posti di lavoro. Questo è il motivo per cui invito anche gli italiani a investire nella zona industriale di Betlemme. L’investimento è una forma di aiuto, lo sviluppo economico può creare opportunità di lavoro. La principale attività economica della città è l’artigianato, per esempio in madreperla e legno di ulivo. Ma adesso solo poche persone ancora lavorano in questo settore. Per questo abbiamo anche creato un marchio che riunisce tutti gli artigiani di Betlemme e certifica la provenienza. Sono alcuni segni: speriamo che entrambi, Palestinesi e Israeliani, possiamo arrivare a una soluzione tangibile per permettere un futuro e per cambiando il presente dei bambini di Betlemme di oggi.

A Betlemme si vedono molte contraddizioni. Qual è la luce che illumina il suo cammino nel valutare con obiettività la realtà in cui opera?
Qual è la luce che mi guida? La giustizia, la speranza. Io sono una figlia di Betlemme, sono la figlia di un messaggio di pace che giorno per giorno respiro in questa aria perché vivo in questa città. Sono una donna. Sono una donna credente. Sono una donna che crede nel diritto della mia Nazione di vivere con una dignità umana: se non viviamo con dignità la mia luce è la fede nella giustizia. Perché siamo stati creati? Almeno per vivere nella giustizia. E noi non viviamo la giustizia: io mi sento una combattente per la giustizia e una costruttrice di pace.

In questa prospettiva di pace, come si immagina Betlemme nei prossimi trent’anni? Se tornassimo qui tra trent’anni che cosa troveremo? Quale è il sogno per cui lei sta lavorando oggi?
Se devo guardare ai prossimi trent’anni, non posso farlo solo dalla mia prospettiva. Li guardo dalla nostra prospettiva di cristiani: come noi, come la Chiesa vede Betlemme tra trent’anni? Se io devo rispondere a questa domanda, anche voi dovete rispondere alla stessa domanda. Se tra trent’anni il messaggio di pace che Betlemme ha portato al mondo non viene rivitalizzato, questa città potrebbe perdere la sua luce. Per questo anche voi dovete rispondere a questa domanda. Io sono Palestinese, ma anche voi siete fedeli del messaggio di Betlemme. Quale è il vostro ruolo? Come vedete Betlemme tra trent’anni?

Il ricordo di Martini

L’incontro si conclude in maniera informale, con uno scambio reciproco: Gianluigi Pizzi, vicepresidente di Azione Cattolica Ambrosiana, dona al sindaco un volume del cardinale Carlo Martini, che Vera Baboun stringe subito al cuore, ricordando quanto il Cardinale abbia fatto per questa città: «Io sono stata professoressa di Inglese e gender studies all’Università di Betlemme per molti anni: è solo da due anni che ho lasciato l’insegnamento. E nella nostra università è attivo il Cardinal Martini Leadership Institute, un centro di ricerca che promuova e sviluppi una leadeship etica nei suoi aspetti sociali, culturali ed economici».

Il dono di Vera Baboun è invece un annuario che riporta la storia di tutti i sindaci della città, con l’augurio di dare spazio ai giovani per costruire il futuro della comunità umana. «Nel Consiglio comunale siamo 8 cristiani e 7 musulmani, 3 donne e 12 uomini – spiega -. Il fatto che il sindaco di Betlemme sia cristiano è una scelta molto saggia di Arafat, divenuta legge nel 1997. Se il sindaco è cattolico, il vice deve essere ortodosso. Questo per dare valore alle diverse componenti della società palestinese».

Il sindaco ci racconta anche che uno dei problemi principali della città oggi è quello dell’acqua: «A Betlemme abbiamo la più grossa riserva di acqua della Palestina, ma siamo obbligati a comprare l’acqua da Israele, non controlliamo la nostra acqua e soffriamo la scarsità di questo bene fondamentale: io sono il sindaco di Betlemme e se non mi ricordo di fare scorta di acqua ho problemi seri a casa…».

Dopo le foto, ci conduce nel suo studio per mostrarci le altre foto con Papa Francesco che stanno proprio dietro la sua scrivania, tra cui una in cui lei, in ginocchio, riceve la benedizione del Santo Padre. Subito dopo, il gruppo dell’Ac raggiunge Rita e Manuela, che non hanno partecipato all’incontro per restare con i bambini presso le suore Francescane: tra le attività della mattinata, quella di disegnare solo la metà di fogli bianchi, l’altra parte sarà completata da loro coetanei italiani, per iniziare fin da subito a pensare insieme il futuro di Betlemme.

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