In Spagna li chiamano hombre vertical. Verticali, dritti, tutti d’un pezzo. Franco Baresi, morto a 66 anni a causa della malattia che l’aveva colpito poco più di un anno fa, era così. Vicepresidente del Milan dopo esserne stato capitano e “bandiera” per vent’anni, vincendo tutto, e protagonista anche in Nazionale, con cui ha giocato quattro Mondiali contribuendo a conquistare quello del 1982, oltre che un fuoriclasse era un uomo dalla schiena dritta. In campo e nella vita. Probabilmente perché l’uno e l’altra l’avevano costretto a crescere in fretta.
Orfano di entrambi i genitori a 14 anni, divide con il fratello Giuseppe un sogno chiamato pallone: lui lo realizza nel Milan, Beppe nell’Inter. In rossonero compie tutta la trafila delle giovanili e si impone ben presto in prima squadra. Nils Liedholm gli affida la leadership della difesa e lui, con la sua classe, la sua grinta e un precoce carisma, “copre” gli anni travagliati che vanno dall’ultimo Rivera al primo Berlusconi e che comprendono anche due retrocessioni in serie B.
L’avvento del Cavaliere e di Arrigo Sacchi rappresenta la svolta, non priva di ostacoli. Il tecnico è un rivoluzionario e vuole che anche Baresi cambi il suo modo di stare in campo. Lui non si inalbera, capisce e si adegua. Così guida il Milan a vincere in Italia, in Europa e nel mondo.
Anche in azzurro le cose non sono state semplici. Inizialmente è “chiuso” nel ruolo di libero da Scirea, Bearzot lo prova a centrocampo, ma quello non è il suo territorio. Però non si ribella, non polemizza, aspetta in silenzio il suo tempo, che arriverà. Forse, più di tante prodezze, a rimanere nella memoria è il suo recupero-lampo dall’intervento al menisco durante i Mondiali del 1994: Baresi “vuole” fortemente la finale e tanto fa che ci arriva, anche se l’epilogo è amaro.
Dopo il tramonto agonistico, il Milan gli propone un ruolo dirigenziale che gli permette di continuare a rappresentare i suoi valori di correttezza, integrità e senso di appartenenza anche tra i ragazzi, negli oratori, sui campi di base Sempre con quella modestia ben rappresentata dal tono di voce, quasi un sussurro, come per non dare fastidio.
In un calcio popolato (anche ai massimi livelli) di quaquaraquà, il vuoto lasciato da uomini veri come Franco Baresi è ancora più grande.


