Stava scontando in carcere una pena all’ergastolo per crimini contro l’umanità. Trentamila le vittime della sua feroce repressione

di Stefano COSTALLI

videla

In questi mesi stanno lasciando il palcoscenico della vita molti personaggi di grande rilievo per la politica internazionale dello scorso secolo: Hugo Chávez, Margareth Thatcher e Giulio Andreotti. La scorsa settimana è stata la volta di Rafael Videla, personaggio da cui molto meno abbiamo da imparare, se non al contrario. Videla guidò infatti il colpo di stato che diede inizio alla spietata dittatura militare Argentina e guidò in prima persona il Paese dal 1976 al 1983, diventando il volto di una feroce repressione contro gli oppositori e le loro famiglie.

Sarebbe quasi superfluo ricordare le circa trentamila vittime di quel periodo, torturate, uccise o semplicemente fatte sparire – i tristemente noti desaparecidos – se non fosse per la velocità con cui la società di oggi mangia e dimentica avvenimenti anche recenti. Allora appare necessario un ricordo di tali avvenimenti, esattamente per imparare, al contrario, qualcosa anche da Videla.

La sistematica repressione del dissenso politico diede luogo a pratiche ed episodi di grande brutalità, come i voli della morte, durante i quali i prigionieri del regime legati e ancora vivi venivano gettati in mare da un aereo. Quasi mille oppositori finirono in questo modo. Per tutte queste violenze, Videla stava scontando in carcere una pena all’ergastolo per crimini contro l’umanità.

Oggi l’Argentina è un Paese certamente molto diverso, sono state condotte indagini approfondite sugli anni della dittatura e si sono celebrati processi importanti. Non si conosce quale sia stata la sorte di tutte le vittime, ci sono ancora madri che piangono i loro figli scomparsi nel nulla, ma lo spettro della dittatura appare lontano, se non altro come possibilità politica concreta. Quella stessa dittatura, vale la pena ricordarlo, che iniziò una guerra insensata contro la Gran Bretagna per la riconquista delle Isole Falkland/Malvinas, che andava a scegliere i soldati da inviare sulle Isole fra gli abitanti delle sterminate campagne dell’interno, dove il dissenso al regime era meno organizzato, e che anche a causa di quella sconfitta finalmente crollò riportando l’Argentina alla democrazia.

Al contrario di quanto fece Pinochet in Cile, la giunta argentina lasciò lo Stato in un vero e proprio dissesto finanziario da cui il Paese non si è ancora ripreso. Se infatti la dittatura cilena riuscì almeno a preservare i conti del Paese e a porre le basi per un’economia sana, quella argentina fu distruttiva anche da questo punto di vista. E sempre su questo piano, l’Argentina di oggi non è purtroppo molto diversa da quella di Videla, nel senso che i gravi problemi di budget e di enorme disuguaglianza economica e sociale sono ben lungi dall’essere risolti. Da un certo punto di vista, è come se il Paese continuasse a vivere una sorta di schizofrenia, in bilico fra il rifiuto della dittatura passata e un modo di concepire la democrazia venato da forti toni populisti che tendono a trascurare la dimensione della responsabilità, pubblica e privata.

Molto per fortuna si è imparato dalla terribile esperienza di Videla e dei suoi accoliti, ma il processo non appare ancora del tutto compiuto. Nessuno mette oggi in dubbio la democrazia, ma serve fare un passo in più: è necessaria cioè la consapevolezza che il governo del popolo non è una formula magica per risolvere i tanti problemi di una società, ma solo per limitare l’arbitrio dei pochi. C’è poi tutta una strada da compiere, fatta di scelte da prendere, spesso difficili. Serve molta responsabilità e serietà da parte di tutti, proprio perché a decidere non è uno solo. La storia recente sembra dire che su questo piano c’è ancora qualcosa da imparare. In Argentina, ma non solo.

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