Il sociologo Mauro Magatti: «La legge non ha fatto altro che ufficializzare uno stato di cose. È come se fossimo sul ponte di una nave sferzata dal vento: è difficile tenere insieme tutti i rapporti, compresi quelli tra coniugi». E ancora: «Da parte della Chiesa vedo un grande spazio per qualificare il matrimonio sacramentale guadagnando autonomia rispetto alla sua dimensione civile»

di Francesco ROSSI

Magatti

Era il 13 maggio 1974 quando vinsero i “No”. No all’abrogazione della legge che, quattro anni prima, aveva introdotto il divorzio nell’ordinamento italiano. Il referendum, che si svolse il 12 e 13 maggio, era stato promosso dalla Democrazia cristiana: votò a favore dell’abrogazione della legge il 40,7% dei votanti, contro il 59,2%. A quarant’anni da quel voto, ripercorriamo i cambiamenti del Paese con il sociologo Mauro Magatti, docente all’Università Cattolica di Milano.

In questi 40 anni quanto è cambiata la società italiana?
Il tempo storico che ci separa da quei giorni ha segnato profondamente la cultura, la società e l’economia. Il processo di secolarizzazione è avanzato e alcuni problemi si sono approfonditi. Detto ciò, nella società italiana ci sono anche caratteri di lungo periodo che permangono e sono vitali: penso, ad esempio, alla radice cattolica.

Lei parla di problemi che si sono approfonditi. A cosa si riferisce?
Sono processi comuni a tutte le società occidentali: l’avanzata della modernizzazione, una cultura individualistica ecc. Attengono a dinamiche profonde della vita sociale. A tal riguardo si può discutere se la legge sul divorzio – che si è prodotta in tutte le società avanzate – sia stata un fattore di amplificazione e aggravamento di problemi sociali che, comunque, erano già presenti.

Quali conseguenze, a suo avviso, hanno portato la legge e il referendum sul divorzio?
Da una parte la strada aperta con il divorzio si è radicalizzata con una rarefazione dell’idea di matrimonio, l’aumento delle convivenze, la richiesta di un riconoscimento per altre forme di unione. Dall’altra parte credo abbia portato a sfide probabilmente meno forti ma non meno rilevanti circa una maggiore consapevolezza del significato della famiglia e di un matrimonio stabile. In una cultura rarefatta, che fa di tutto per predicare l’instabilità delle relazioni affettive, non dimentichiamo le coppie di coniugi che continuano a vivere insieme per tutta la vita.

È possibile parlare di “cambiamento antropologico” avviato, in un certo senso, con la legge sul divorzio?
La legge non ha fatto altro che ufficializzare uno stato di cose. Viviamo in un’epoca di temperie culturale pesantemente orientata alla frammentazione. È come se fossimo sul ponte di una nave sferzata dal vento: è difficile tenere insieme tutti i rapporti, compresi quelli tra coniugi. Non dimentichiamo che tutti i Paesi occidentali hanno legiferato in questa direzione: bisogna quindi interrogarsi sulle dinamiche retrostanti, lavorando semmai sulle spinte culturali che sono alla base.

Da dove partire per intervenire su queste “spinte culturali”?
Quello che è successo 40 anni fa costituisce un passaggio problematico rispetto a una tradizione affermatasi in Occidente, che aveva fatto coincidere matrimonio sacramentale e civile. Dobbiamo prendere atto di questa trasformazione, capirne le cause e poi riflettere su come conservare e, anzi, rilanciare il valore del matrimonio.

Ancora oggi il matrimonio religioso “coincide” con quello civile…
Da parte della Chiesa vedo un grande spazio per qualificare il matrimonio sacramentale guadagnando autonomia rispetto alla sua dimensione civile. Vanno recuperate entrambe le dimensioni del matrimonio: come contratto civile e come sacramento. Per far questo bisogna evidenziare la natura contrattuale della dimensione civile, mentre per quanto riguarda il sacramento ci vuole la consapevolezza che vi si attribuisce una profondità non riconducibile a un mero contratto.

Proprio in questi giorni si sta parlando di un’ulteriore riduzione del tempo necessario per il divorzio: negli anni settanta servivano 5 anni, poi ridotti – nel 1987 – a 3, e ora potrebbe diventare un solo anno…
Mentre nelle intenzioni iniziali il tempo necessario era il riconoscimento che si trattava di qualcosa d’importante, il progressivo accorciamento è segno di una sempre minore importanza attribuita al “contratto’ matrimoniale”.

I cattolici – come parte della società e della cultura del nostro Paese – in che modo possono riproporre, oggi, il valore del matrimonio e della famiglia?
Non ci si può opporre a queste spinte culturali alzando delle barricate, ma presentando la bellezza della famiglia, con esempi concreti che mostrino come la famiglia sia migliore di un individualismo e un occasionalismo che non producono senso. Parafrasando quanto detto sabato scorso da Papa Francesco al mondo della scuola, non siamo “contro” qualcuno, ma “per”. Per il matrimonio e la famiglia.

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