Il fuoriclasse argentino è morto a 60 anni per un arresto cardiocircolatorio. Si chiude una vita tra luci e ombre, il cordoglio di tutto il mondo dello sport

di Mauro COLOMBO

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Diego Armando Maradona con papa Francesco

Ne aveva passate tante, Diego Armando Maradona, da far pensare che fosse ormai indirizzato verso una serena vecchiaia. La tossicodipendenza, la lotta infinita contro l’obesità, i problemi cardiaci, perfino il recente intervento al cervello… Per quanto ne avesse abusato, sembrava che il suo fisico fosse indistruttibile, a eludere il cliché del campione maledetto, genio e sregolatezza, destinato a bruciarsi in fretta. E invece è morto oggi, a sessant’anni da poco compiuti, per un arresto cardiocircolatorio, nello stesso giorno in cui, quindici anni fa, se ne era andato George Best, che di quel cliché era forse il caso più conosciuto.

Lo piange un Paese, l’Argentina, che l’aveva eletto a simbolo nazionale. Lo piange una città, Napoli, che l’ha amato più di un suo figlio naturale, come uno scugnizzo nato per caso a Lanus. Lo piange tutto il mondo del calcio che – al di là della retorica abituale in circostanze come questa – non esita a definirlo il più grande di tutti: per i gol impossibili, i dribbling irresistibili, le giocate spiazzanti, gli assist che solo lui “vedeva”. È così? Forse non per quanto ha vinto, ma per come e dove lo ha fatto. Due scudetti e tre coppe a Napoli, che non aveva mai conosciuto la gioia del tricolore. Una Coppa del Mondo con l’Argentina, che l’aveva già vinta sì, ma con più di una spinta benevola, nel torneo di casa voluto dal regime militare che, mentre esultava per i gol, faceva strage dei desaparecidos. L’eterno paragone con Pelé fa pendere la bilancia a favore del Pibe de Oro, se non altro perché lui ha affrontato la prova del calcio europeo che O’Rey ha invece eluso.

Se è stato il più grande in campo, è stato Maradona anche fuori, diventando icona ispiratrice di registi, cantanti e perfino politici. Ma non è stato sempre d’esempio: artefice di slanci di generosità non comune verso i più deboli e fragili, è passato da esperienze non esaltanti come allenatore a eccessi di ogni tipo, dai problemi con la droga, il fisco e la giustizia ai turbinii sentimentali. Ma non si può misconoscere la sua carica rivoluzionaria, dentro e fuori il rettangolo verde. Da numero 10 del Napoli ha sfidato Juventus, Inter e Milan e le ha battute. Da capitano dell’Argentina ha incarnato la rivolta del Sudamerica contro l’Europa. Da calciatore ha attaccato senza remore i poteri forti della Fifa, pagando di persona le sue esternazioni. Da uomo del Sud del mondo si è ribellato al Nord ricco e prepotente. Chi giocava con lui lo amava, chi gli giocava contro lo rispettava e ammirava, chi l’ha visto giocare non poteva fare altro che restare a bocca aperta. Come quel giorno del 1986, in Messico, quando dribblò mezza Nazionale inglese – beffata poco prima dalla rete di mano più malandrina della storia del football – e in pratica andò in porta con la palla. Il gol più bello del fuoriclasse più grande.

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