Fondamentalismo, interessi economici e politici. È guerra. I Paesi europei,
tra cui l’Italia, si sono resi disponibili ad un'azione militare internazionale

di Riccardo MORO

Per vent’anni il Mali ha rappresentato per l’Africa il sogno del passaggio dalla dittatura alla democrazia. “Le rêve malien”, “il sogno del Mali”, iniziò nel 1991, quando Amadou Toumani Touré guida una rivolta militare che abbatte Moussa Traoré, il dittatore che aveva governato nel sangue il Paese per ventitré anni. Appena insediato “Att”, come tutti iniziano a chiamarlo, avvia la preparazione di libere elezioni e a un anno dalla rivolta consegna il potere al nuovo presidente democraticamente eletto e si ritira.

Il Paese cresce pacificamente e, dopo dieci anni di vita privata, “Att” si candida alle presidenziali, vince e viene rieletto nel 2007, rispettato da tutti. Per tutti il percorso democratico maliano è un esempio notevole. A marzo dell’anno scorso il clima cambia bruscamente. A poche settimane dalla fine del secondo mandato di “Att”, mentre sta preparando le elezioni per passare di nuovo la mano, un gruppo di militari lo depone, accusandolo di avere usato una mano troppo delicata nel Nord del Paese, dove dall’inizio dell’anno si succedono scontri con forze islamiche e indipendentiste. Mentre la giunta militare s’insedia e riceve le condanne dell’Unione africana e della Cedeao-Ecowas (la Comunità economica dell’Africa occidentale), le principali città del Nord Mali cadono nelle mani dei ribelli che approfittano del colpo di Stato nella capitale Bamako e della sospensione del potere per allargare la loro presenza.

Per un anno la comunità internazionale attende e la stampa internazionale non si occupa del Mali. Fino a pochi giorni fa, quando i gruppi ormai insediati a Gao, Kidal e nella città storica di Timbuctù, decidono di attaccare lungo la strada per Bamako. Il Mali chiede aiuto alla Francia che – forte di una risoluzione Onu votata poche settimane prima – invia uomini ed elicotteri di stanza in Niger. I Paesi della Cedeao dichiarano immediata solidarietà e annunciano l’arrivo delle proprie truppe. Diversi Paesi europei garantiscono la propria assistenza all’intervento internazionale. È guerra. Il sogno maliano si è trasformato in incubo.

Era evitabile? Per rispondere occorre distinguere tra la domanda d’indipendenza del Nord Mali e la pressione del fondamentalismo terrorista islamico. La questione dell’autonomia dell’Azawad, il nome che in lingua tuareg significa transumanza e con cui si indica la regione Nord del Mali, è antica. Le popolazioni tuareg si sono spostate tradizionalmente all’interno della zona del Sahara fra Mali, Niger, Burkina Faso, Algeria e Libia e per l’Azawad chiedono un riconoscimento che ha originato diversi scontri sia in epoca coloniale sia con l’autorità di Bamako, l’ultimo risolto nel 2006 con una mediazione di Algeri. Il Mnla, il Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad, una forza che si dichiara laica e non etnica, è oggi protagonista militare e politico di questa domanda. Di natura completamente diversa sono le tre organizzazioni fondamentaliste attive nella zona. La prima è Aqmi, al Qaeda per il Maghreb islamico. Da questa è nato per scissione il Mujao, il Movimento per l’unicità e la jihad in Africa occidentale. Con loro agisce Ansar Dine, un movimento ben organizzato militarmente, fondato da Iyad Ag Ghali, un discusso faccendiere, da venti anni al centro dei traffici che passano tra “sponda” Nord e Sud del Sahara. Coinvolto nei moti tuareg degli anni ‘90, a lui sembrano essersi rivolti i servizi europei e africani in questi anni per risolvere situazioni di crisi o pagamento di riscatti, e con lui i tuareg libici sembrano aver trattato per recuperare parte dell’arsenale militare libico durante la guerra contro Gheddafi.

Le relazioni tra le diverse componenti non sono facili. In un primo momento la leadership sembrava appartenere agli indipendentisti di Mnla, che firmano un accordo il 26 maggio scorso con Ansar Dine per distribuire le responsabilità sul territorio. Ma l’intesa salta pochi giorni dopo, perché i fondamentalisti impongono unilateralmente la sharia nelle città conquistate. Oggi sembrano prevalere i fondamentalisti, ma la situazione è molto confusa, con iniziative militari separate che non si capisce se concertate o frutto di divisioni. Alla competizione tra autonomismo politico e fondamentalismo religioso si aggiunge il controllo sui traffici. L’Azawad, un tempo via del nomadismo, oggi è corridoio della droga che dall’America Latina arriva nei porti franchi dell’Africa occidentale e deve raggiungere il Mediterraneo per alimentare il mercato europeo. Controllare quel traffico assicura risorse finanziare ingenti. I Paesi europei e africani vedono con grandissima preoccupazione l’espandersi di un potere fondamentalista che, giocando sugli squilibri locali, può diffondersi nel Sahel e nel Maghreb con effetti destabilizzanti.

Per questo la Cedeao oggi corre in soccorso di quella stessa giunta militare maliana che aveva condannato pochi mesi fa. Per questo l’Algeria è intervenuta con la forza sul suo territorio e i Paesi europei, compresa l’Italia, si sono resi disponibili ad una azione militare. Bisognava agire prima? Sì, ma serve a poco dirlo adesso. Ora occorre che al più presto la voce della politica e di una cooperazione sensata sovrasti quella delle armi. Se, non è affatto scontato, la forza militare internazionale risolverà la situazione di crisi immediata, non si consideri conclusa la questione. La vera agenda è alimentare testardamente il dialogo e le azioni che favoriscano lo sviluppo. Se la povertà estrema non mortificasse la vita, la libertà, l’istruzione e la responsabilità, le sirene del fondamentalismo apparirebbero assai meno affascinanti. È una priorità urgente anche per l’agenda politica italiana.

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