Il professor Adriano Roccucci, esperto dei rapporti fra Stato sovietico e Chiesa ortodossa, in queste ore a Kiev, analizza gli sviluppi della crisi ucraina e gli spiragli verso una soluzione negoziale

Adriano Roccucci

Tutto si è compiuto velocemente e senza sparare un colpo. È ormai quasi completata l’occupazione del territorio ucraino della Crimea da parte delle forze russe. I militari si trovano lì per strada, con i mitra in mano, senza mostrine, né bandiere russe, mentre la gente passeggia e si lascia fotografare. In questo modo, però, il presidente russo Putin si è assicurato una posizione di forza dalla quale può ora negoziare. «La Crimea era chiaramente il punto più debole del Paese», commenta da Kiev il professore Adriano Roccucci, docente di Storia contemporanea all’Università degli Studi Roma Tre ed esperto di storia russa e in particolare dei rapporti fra Stato sovietico e Chiesa ortodossa.

Da piazza Maidan alla Crimea. Perché, professore?
Il 65% della popolazione di Crimea è russa. E non si può dimenticare che la Crimea è entrata nella composizione geopolitica dell’Ucraina come dono che Krusciov decise di fare per celebrare l’unione tra l’Ucraina e la Russia. Ha quindi anche una storia diversa rispetto ad altre regioni dell’Ucraina. L’Ucraina è un Paese estremamente variegato nella sua composizione, il che lo rende complesso e difficile da governare, soprattutto nella situazione venutasi a creare adesso. La lettura binaria Est-Ovest rispecchia in qualche modo una delle dinamiche principali, ma è riduttiva perché ci sono più Est e più Ovest.

Ma perché proprio adesso entrare e “prendersi” la Crimea?
Putin e la Russia si sono sentiti tagliati fuori dalla vicenda ucraina e mi sembra quindi che lui voglia dare un segnale forte in un gioco che ha, però, un’altissima pericolosità. È come se volesse dire: «Senza di me e senza la Russia, la questione ucraina non si risolve». Questa è ovviamente una mia interpretazione che sembra comunque aprire un piccolo varco alla speranza, perché fa intravedere che tutto ciò porti comunque a una risoluzione negoziale.

Crimea, dunque, necessaria alla Russia per assumere una posizione di forza da cui negoziare?
Da quello che so, la presenza dei militari in Crimea è in qualche modo mascherata. Non evidenziano le mostrine russe. Il che – va detto – è meglio. È chiaro che anche questo fa parte di un posizionamento tale da poter dire: adesso posso utilizzare tutte le carte a mia disposizione, quindi tenetelo presente. Credo che con la Russia si debba parlare.

Ecco, appunto: il ruolo della comunità internazionale. In altri Paesi, quando Obama e gli Stati Uniti sono intervenuti, la situazione è precipitata in guerre senza fine e con costi di vite umane altissime. Cosa aspettarsi?
La via giusta è sempre quella del dialogo e della trattativa. Mi pare che anche il Papa abbia dato questa indicazione ieri all’Angelus. Credo che questa debba essere la via per la soluzione delle questioni. È chiaro che il dialogo parte anche dall’affermazione di alcune posizioni, di alcuni principi. Ma credo che anche su questi principi e posizioni bisogna trovare una soluzione negoziale.

E la via del referendum per la Crimea?
Mi pare che lo vogliano fare, sebbene Kiev ne contesti la validità giuridica.

Ma il passaggio del testimone non è avvenuto a Kiev?
Certo. Mi sembra che sia il popolo di Kiev, sia in genere l’Ucraina (anche nelle regioni orientali) non credano più nell’autorità di Yanukovich. Lo stesso premier russo Medvedev lo chiama presidente legittimo dall’autorità – aggiunge – praticamente nulla. Quindi mi pare che anche chi è su posizioni contrarie alla rivoluzione di Maidan, non lo è in nome di Yanukovich. Il potere è cambiato. Il problema oggi è costruire la nuova Ucraina, trovare gli uomini nuovi che possano essere i leader capaci di fare sintesi politica di questo grande desiderio di cambiamento che l’Ucraina ha manifestato.

Quale sarà il contributo delle Chiese alla costruzione di questo futuro?
È importante. L’Ucraina è un Paese pluriconfessionale, soprattutto ha una grande molteplicità di Chiese cristiane, che hanno dato una testimonianza concorde in questi mesi. Innanzitutto dicendo un chiaro «no» all’uso della violenza. Un «no» che ha accompagnato e sostenuto Maidan. Le Chiese, poi, hanno dato esempio di solidarietà aprendo le loro porte ai feriti e ai manifestanti nei giorni degli scontri. Abbiamo visto monaci, a gennaio, pregare tra i manifestanti e la polizia, riuscendo così a evitare ulteriori spargimenti di sangue. Anche il Consiglio delle Chiese ha favorito, in momenti difficili, i negoziati. Si è notato un grande desiderio spirituale nella popolazione: nella piazza si è pregato, nella piazza c’è una cappella. È un segnale importante perché per tenere insieme questa Ucraina così diversificata e complessa, l’unità dei cristiani è un fattore molto importante.

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