Avviato con un seminario che si è tenuto martedì un progetto di ricerca che prende in esame la realtà ecclesiale italiana considerata a livello locale

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«Con i personal media i legami cambiano radicalmente, si indeboliscono. Un legame forte presuppone una forma di conversazione interiore: aver tempo per pensare all’interno di se stessi, che è più difficile immersi nei social. Nei nuovi media prevale l’identità sociale (chi sono io per gli altri), a scapito di quella personale (chi sono per me): questa tendenza attiva meno capacità autoriflessive e indebolisce la riflessività personale, si ha meno tempo per essa e quindi per l’identità. Aumentano dunque le relazioni individuali, ma per avere un legame sociale serve una forte identità personale e capacità di relazionarsi tra identità sulla base dell’incontro interpersonale». Lo ha sottolineato Pierpaolo Donati, docente Alma Mater di Sociologia, Università degli Studi di Bologna, intervenendo al seminario sul tema «Legami sociali e stili comunicativi di comunità», che si è tenuto martedì 9 aprile all’Università cattolica di Milano.

Oggetto del dibattito era lo stato dei legami sociali nella società contemporanea e da quanto essi determinino la comunicazione, o siano determinati, dalla comunicazione e dagli stili con cui essa avviene, in ambito comunitario.

Una sorta di sfida con la narrazione prevalente della contemporaneità e delle sue caratteristiche, che dà per dissolte le relazioni sociali, per acquisito il loro depotenziamento mediante i media che, da strumento sono diventati scenario, orizzonte determinante tutto il sociale, comprese quindi le relazioni ed i legami che in esso si instaurano.

I rischi e le degenerazioni di una sovraesposizione, in particolare da parte dei più piccoli, alla comunicazione multimediale sono noti e sono stati, comprensibilmente, posti al centro di molteplici studi e ricerche.

«Questi rischi – ha sottolineato Lucia Boccacin, ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi alla Cattolica e direttrice della ricerca – interrogano principalmente gli adulti e la capacità di trasmettere conoscenza ed ethos: se le risposte a tali rischi non sono adeguate, convincenti e risultano deboli, frammentate, evanescenti come le soggettività che le articolano, qualcosa che ne prenda il posto e lo riempia a livello sociale emerge inevitabilmente».

Tuttavia, si è proprio certi che questi aspetti fuorvianti, di limite, ampiamente denunciati, siano i soli possibili entro l’intreccio tra relazioni sociali e loro contenuti comunicativi? È proprio vero che la comunicazione ricorsiva e fine a se stessa, tipica della multimedialità spinta oltre ogni confine, sia l’orizzonte unico in cui collocare forzosamente i legami sociali, annullandone in tal modo la capacità generativa e a volte creativa?

«Da un punto di vista quantitativo, nei personal media i rapporti si moltiplicano; dal punto di vista della qualità e intensità siamo di fronte a qualche rischio, ossia la smagnetizzazione della forza – ha affermato Mario Morcellini, Commissario Agcom e consigliere alla Comunicazione, alla Sapienza di Roma -. Per questo occorre ripensare drasticamente i legami di comunità. Comunità è una parola che si applica alla presenza, ascolto e presenza dal vivo, mentre le relazioni dello schermo simulano fastosamente tante interazioni, ma sembra una claustrofobia dell’io. La risposta può venire dall’educazione; la scuola digitale può rilanciare l’ethos dell’educazione, poiché occorre allineare i linguaggi dei docenti a quella degli utenti. È questo il primo passo per creare comunicazione».

«Come scrivo anche sul volume in uscita dall’editrice Morcelliana-Scholè – ha detto Pier Cesare Rivoltella, ordinario di Didattica e tecnologie dell’istruzione, presso l’Università cattolica – che contiene il testo del Messaggio del Papa per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, tutto il tema del rapporto tra tecnologie e comunità è consegnato a un’oscillazione tra il like e l’amen, come il Messaggio dice bene in forma sintetica. Ovvero: da una parte la leggerezza del legame debole, dall’altra la definitività dell’adesione forte. Non è un problema di supporti, ma di intenzionalità»

Il seminario ha rappresentato il punto di avvio di un complesso progetto di ricerca, di durata triennale, realizzato da un’équipe interdisciplinare dell’Università cattolica di Milano, che mira a focalizzare, entro la società italiana, «le relazioni sociali al tempo dei personal media» in un contesto specifico e peculiare, quello della «realtà ecclesiale italiana» considerata a livello locale. Le parrocchie, le comunità pastorali, i gruppi ecclesiali rappresentano, infatti, un contesto interessante da osservare e da esplorare, contesto reale, presente nei territori e al tempo stesso particolare, entro cui si lavora spesso sulle relazioni e per le relazioni. Inoltre, si tratta di un contesto intergenerazionale, in cui appartenenti a generazioni diverse condividono spazi e processi di attribuzione di senso.

Così gli ambiti ecclesiali locali, diffusi capillarmente nel tessuto sociale del Paese, ma di cui si sa tuttora poco dal punto di vista della socialità, delle funzioni sociali, dei valori che immettono nella dinamica sociale, e che almeno potenzialmente hanno attive al loro interno relazioni sociali generative.

«Fin dalle comunità degli Apostoli – ha continuato Pierpaolo Donati – la forza della Chiesa è l’essere comunità di reti e relazioni. Oggi viviamo relazioni aumentate, perché i nuovi media hanno aperto il vaso di Pandora delle relazioni. Sono relazioni più effimere, liquide come sosteneva Bauman. Eppure sotto la liquidità superficiale, vi sono strutture relazionali che non sempre vediamo. Il punto è che per diventare comunità, occorre condividere, avere cose in comune».

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