Per John Shehata, docente in Cattolica e relatore al convegno del Coe, per evitare la deflagrazione dell'area occorre incentivare l’armonica crescita sociale all'interno di ciascun Paese. L’Egitto partner ideale del nostro Paese

di Claudio URBANO

John Shehata
John Shehata

Il Mediterraneo tra instabilità e opportunità di business: anche di questo si discuterà durante la seconda edizione dell’Agorà del Mediterraneo, due giornate di studi intorno al Mare Nostrum organizzate da Coe. Si cercherà infatti di comprendere se e in quale misura, dopo il tentativo a oggi non del tutto riuscito delle Primavere arabe – nate dall’esigenza dei giovani del Nordafrica di costruirsi un futuro sostenibile, trasformando le forme di Stato e di governo nel senso della democrazia e dell’interesse comune -, il ritorno a una attività di business tra le sponde del Mediterraneo possa ora giocare un ruolo nello sviluppo locale tale da superare le crisi e le instabilità dell’area.

Secondo John Shehata, docente al master in Middle Eastern Studies presso l’Università Cattolica di Milano, e relatore al convegno organizzato dal Coe, per l’Italia l’attenzione non può che focalizzarsi sui rapporti con l’Egitto, principale economia africana insieme a Nigeria e Sudafrica: un Paese con oltre 92 milioni di abitanti (la metà dei quali ha 25 anni), il cui Pil, nonostante la crisi a livello globale e i molti momenti di incertezza e instabilità a livello di politica interna, si è attestato intorno al 5% su base annua. Un mercato sostenuto ora anche da bassi costi dell’energia e delle materie prime, dopo la svalutazione della valuta locale richiesta dal Fondo monetario internazionale nei mesi scorsi. Nonostante le note questioni che hanno reso claudicanti i rapporti tra Roma e il Cairo, l’Egitto resta il partner commerciale chiave per l’Italia sulla sponda sud del Mediterraneo, dove una parte dell’area del Maghreb rimane legata a doppio filo con la Francia e un’altra, in particolare la Libia, è evidentemente ancora instabile.

Del resto, Shehata osserva che l’unico modo per evitare la deflagrazione dell’area è incentivare l’armonica crescita sociale all’interno di ciascun Paese della sponda Sud del Mediterraneo, portando in loco non solo risorse finanziare, ma anche know-how e dunque possibilità di sviluppo sostenibile, dando ai giovani la prospettiva di un futuro migliore. Fare un passo indietro ora significherebbe invece destabilizzare ulteriormente l’area, privandola di quel sostegno alla crescita economica che sola può valorizzarne il capitale umano e le risorse naturali.

«Dati alla mano – sottolinea Shehata – è il momento per l’Italia di tornare ad avere il ruolo di leader nell’area del Mediterraneo», superando dunque anche la crisi diplomatica seguita al caso-Regeni, «con lo scopo di costruire di nuovo un “Mare Nostrum” che guarda con ottimismo a un futuro fatto non di conflitti e migrazioni, ma di prosperità e scambi commerciali e culturali».

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi