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Intervista

Pellai: social e minori, la sentenza che cambia tutto

La condanna della Corte Suprema della California contro Meta e Alphabet segna un punto di svolta, secondo l'esperto. Quali responsabilità emergono, e perché educatori e famiglie restano decisivi nel prevenire casi come quello del tredicenne che ha accoltellato la sua professoressa

di Stefania CECCHETTI

27 Marzo 2026
Foto di Robin Worral su Unsplash

Una recente sentenza della Corte Suprema della California ha condannato Meta e Alphabet per aver creato dipendenza da social nei minori, aprendo un dibattito sulla responsabilità delle piattaforme digitali e sul ruolo degli adulti nell’educazione digitale dei giovani. Ne parliamo con Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta del Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università degli Studi di Milano.

Professore, può spiegarci in cosa consiste questa sentenza e perché rappresenta un giro di boa?
È stato rilevato e rivelato che le piattaforme sono consapevoli di essere un ambiente tossico per la salute mentale dei loro utenti, in particolare degli utenti molto giovani. I documenti interni dimostrano come i loro dirigenti e i loro architetti abbiano anzi scientemente e in modo deliberato aumentato l’addittività dei loro prodotti digitali, attraverso l’uso di artifici che stimolano il sistema dopaminergico del cervello, che rendono cioè ancora più difficile staccarsi dalla piattaforma, aumentando così il tempo di permanenza e il rischio per la salute dei giovani utenti. È qualcosa di simile a quanto era accaduto con le multinazionali del tabacco: sapevano che le sigarette rappresentavano un rischio per la salute dei loro utilizzatori, ma hanno tenuto questa cosa mascherata, come se fosse un dato non certo e, al tempo stesso, hanno aggiunto al prodotto elementi che aumentavano la dipendenza. Questo sfruttamento delle fragilità degli adolescenti per scopi di profitto trovo che sia una cosa non etica, non giusta, non corretta. L’età evolutiva va curata, protetta, tutelata e sostenuta nei suoi bisogni, non sfruttata a fini economici.

Quali strumenti concreti potrebbero implementare le aziende per proteggere i minori da questi rischi?

Sono quelli che ha imposto l’Australia quando da novembre ha chiesto alle piattaforme usare sistemi di age verification e di identity verification, cioè strumenti per verificare se l’utente ha raggiunto l’età minima prevista per legge o se è effettivamente la persona che dice di essere. Non va dimenticato, per esempio, che nei siti di gioco d’azzardo, se non sei diciottenne, non potresti entrare, ma molti entrano usando escamotage. Lo stesso vale per la pornografia, che è un’esperienza che non dovrebbe essere fruita sotto i 18 anni: oggi invece è pandemica, con il 70-80% dei preadolescenti che la frequenta regolarmente.

Sentenze come questa possono essere viste come uno sgravio di responsabilità per genitori, insegnanti o educatori?
No, perché il genitore, l’educatore o il docente dovrà continuare a offrire una relazione educativa capace di direzionare i ragazzi verso esperienze funzionali ai loro bisogni di crescita. Il dato di fatto, però, è che oggi anche genitori molto competenti, che hanno provato ad applicare le cosiddette “buone regole” per la navigazione sana dei loro figli, si sentono totalmente impotenti. L’ingaggio dopaminergico delle piattaforme è così grande che, anche quando il genitore mette limiti, usa timer, fa contratti educativi e genera una cornice chiara di regole, i figli riescono comunque a sfuggire a qualsiasi genere di confinamento o limitazione.

Quali possono essere le conseguenze a medio e lungo termine di un’esposizione continua e non regolata ai social per questa fascia di età?
Noi diventiamo quello che viviamo. Questo vale per il corpo, perché siamo anche quello che mangiamo, ma vale anche per il nostro cervello, che si costruisce, si forma e si modella in base agli stimoli che riceve e che lo nutrono. Oggi abbiamo bambini e adolescenti con un cervello che “galleggia” in un brodo digitale, che nutre la loro mente con il peggio del peggio: violenza, bruttezza, pornografia. Contenuti spesso vestiti in modo glamour, attraente, che diventano molto potenti, modellizzanti. I genitori fanno quello che possono, ma se i ragazzi passano dalle tre alle sette ore davanti a uno schermo, non possiamo continuare a credere che questo ambiente non abbia un’influenza negativa.

Un episodio come quello del tredicenne che ha accoltellato la sua professoressa, in che misura può essere stato frutto di un condizionamento social?

Nel caso del ragazzo tredicenne, di sicuro la causa è, come sempre, multifattoriale. Ma “il copione” che il ragazzo ha messo in atto è chiaramente un copione pensato per essere ripreso a video e contiene tutta una serie di “ingredienti” che di certo non provengono dagli insegnamenti e dai valori della famiglia, ma rimandano ai modelli diffusi sui social. C’è l’urgenza, io credo, di fornire ai ragazzi un altro modello di come si sta al mondo, di come si tollera la frustrazione, di come si gestisce un conflitto, di come si negozia dentro a una situazione in cui la relazione è divergente.