Non solo Pil, consumi e compravendite immobiliari. In certe province del Nord saldo positivo tra assunzioni e perdite di posti di lavoro

di Nicola SALVAGNIN

economia

Stiamo ai numeri, la crisi economica che conosciamo da sei anni, e che ci martella brutalmente dal 2011, starebbe attenuandosi. La caduta del Prodotto interno lordo (Pil) sta rallentando, forse la produzione di ricchezza si assesterà nel corso di questo 2014 e, facendo gli scongiuri, addirittura crescerà di un niente. Il forte impoverimento di questi anni potrebbe essere alle nostre spalle.

Ma non guardiamo al Pil per averne prove. Ci sono altri indizi, piccoli ma sempre più numerosi, che ci fanno intravvedere che forse c’è luce in fondo a questo tunnel. Le aziende stanno reintegrando le scorte, buon segnale; alcuni beni di consumo – vedi le automobili – tornano ad essere acquistati; la discesa dei valori immobiliari sta probabilmente toccando il suo punto minimo e sono in crescita le compravendite immobiliari. In certe province del Nord c’è saldo positivo tra nuove assunzioni e perdite di posti di lavoro; siamo a pochi mesi da un’Expo che potrebbe dare la scossa al sistema-Paese; in complesso le esportazioni sono in lieve calo, ma cresce il numero delle aziende che si affacciano ai mercati esteri per fare fatturato. La crisi delle banche è arrivata ad un punto di svolta: finiti giochi e giochetti, ora la situazione viene affrontata di petto e ci sono buone probabilità che il futuro regali maggior credito ad aziende e famiglie. Volendo, questo è il mezzo bicchiere pieno.

La parte vuota del bicchiere è deprimente da esaminare, quindi la guarderemo di sfuggita. Di base, l’assenza di una vera ripresa non intacca la montagna della disoccupazione, e il sistema-Italia non è cambiato di una virgola in questi anni in cui si poteva approfittare per scrostare la ruggine che lo ha paralizzato. Gli operatori economici stranieri giudicano l’Italia un Paese bloccato, immobile. Non solo loro, a dire il vero.

Sta arrivando una nuova fase politica, ha l’opportunità di dare una scossa. Gli ultimi anni ci hanno insegnato che i piccoli correttivi – tanti o pochi che siano – non sono serviti a nulla. Il malato-Italia è così grave (unica economia occidentale sostanzialmente in recessione) che una pioggia di aspirine non ha mosso di uno zero virgola il Pil. In nessun altro Paese in crisi economica, in questi anni, la cura è stata blanda. Ovunque si è usato o l’elettroshock o la chirurgia invasiva proprio perché il dopo non fosse come il prima.

In verità la riforma Fornero sulle pensioni è stata scioccante, ma anche un pugno lo è e non sempre fa del bene. Fatta in emergenza, ha prodotto tante e tali controindicazioni da dar ragione ai somministratori di aspirine, ma c’è sempre una terza via tra due errori. Quella da imboccare oggi, in realtà è conosciuta dai più: cura dimagrante per la spesa pubblica, “efficientamento” della stessa, riduzione della fiscalità, temporaneo smarcamento dalle ottuse politiche di rigore imposteci dall’Europa.

La crisi, se è veramente finita, ci lascia con una società italiana che ha perso un 15% della propria ricchezza, con un costo del lavoro in diminuzione, con un milione e mezzo di posti bruciati soprattutto in aziende deboli di costituzione, mentre altre si sono irrobustite se non cresciute. Con un Mezzogiorno che può diventare il nostro West: il tessuto economico è ormai deserto, possiamo solo ricolonizzarlo.

Buon lavoro a tutti, perché è proprio col lavoro – e non con le svalutazioni, o con la lira, o con nuovo debito, o con aiutini esterni – che potremo tornare a crescere. Ci piaccia o no.

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