L’obiettivo del Governo è quello di ridurre l’enorme forbice aperta tra quanto un’impresa spende per un lavoratore, e quanto quest’ultimo incassa in busta paga

di Nicola SALVAGNIN

busta paga

Cosa distingue l’enorme differenza tra ciò che costa ad un’azienda italiana un lavoratore, e la stessa enorme differenza che si riscontra nelle buste paga tedesche e francesi? È che poi a Stoccarda e a Bordeaux troviamo Stati che funzionano, che hanno welfare stratosferici (anche troppo) e la netta soddisfazione dei propri cittadini. Si fatica a dire lo stesso per la destinazione delle nostre tasse, anche se la spesa statale italiana è faraonica come quelle Oltralpe.

Qui si sta concentrando l’attenzione del Governo, nel senso di ridurre l’enorme forbice aperta tra quanto un’impresa spende per un lavoratore, e quanto quest’ultimo realmente incassa in busta paga.

Empiricamente noi italiani diciamo: la metà. Spesi 100, ne vediamo 50 in tasca. Abbiamo sbagliato di poco: la percentuale giusta è il 52,4. Peggio di noi stanno solo cinque Paesi europei. Fuori dall’Europa la situazione poi è disperante (per noi): un giapponese guadagna 69 yen sui 100 spesi dall’azienda; un americano supera i 70 dollari su 100.

Gli italiani che lavorano negli Usa, hanno sempre un iniziale moto di sospetto di fronte alla prima busta paga: troppo scarse le trattenute, quando mi chiederanno il resto? Mai, lo Stato – lì – offre poco ma chiede ancora meno. Questioni di economia, di storia, di mentalità. Ma qui si sta esagerando. L’enorme costo del lavoro è una primaria causa di distruzione dello stesso; molte imprese delocalizzano all’estero; altre si rifiutano di investire qui; la precarizzazione e il “nero” abbondano.

D’altro canto, i nostri stipendi sono tra i più bassi dell’Occidente sviluppato: alla fine della fiera, il netto in busta paga è quel che è. Chiedere o dare un aumento? Se su 100 euro ne vedi 52, alla fine si tende a rinunciare. Tant’è che lo Stato aveva in parte sgravato gli “straordinari” per evitare sia di ridurli a poca cosa, sia di farli pagare dal datore di lavoro in “nero”, come spesso accade soprattutto nelle piccole aziende.

Ridurre il cuneo fiscale: questo uno degli obiettivi economici dichiarati dal governo Renzi. Significa: allentare la manomorta dello Stato. Quanto? Qui sta il punto. Ci vogliono 10 miliardi di euro per ridurre di un paio di punti il cuneo fiscale. Un lavoratore manco se ne accorgerebbe, mentre per lo Stato – di questi tempi – 10 miliardi sono un gran mucchio di soldi.

Da qui l’idea del maxi-job. Funziona per chi viene assunto, anzitutto, con retribuzioni nette che vanno dai 10 ai 20mila euro l’anno. L’idea appunto è quella di lasciare gran parte del malloppo in tasca al lavoratore, circa l’80%. L’azienda non pagherebbe molto, il lavoratore avrebbe uno stipendio più che dignitoso (dagli 800 ai 1.500 euro mensili circa). Ovvio che però così si crea un’enorme voragine nei conti dello Stato e dell’Inps. Ma si afferma che il buco sarebbe colmato dal fatto che poi quel denaro guadagnato “gira”, viene speso, mette in moto l’economia, genera Iva ma anche Irpef, Irap…

Lo stanno mettendo a punto (limiti di reddito, Inps, durata in anni…) ma potrebbe essere una buona idea. Se funziona, genererà una messe di nuovi posti di lavoro e darà un bel calcio al precariato eterno e sottopagato; se non funziona, obbligherà lo Stato a mettersi a dieta forzata ed immediata. Ci si raccomanda vivamente sul fronte dell’applicabilità e dell’efficacia delle sanzioni per chi sgarra, ben sapendo che in Italia i modi per “gabbare lo santo” sono infiniti.

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