Slogan e toni allarmistici fanno passare sotto silenzio l’apporto dell’immigrazione alle nostre famiglie e alla nostra economia. L’accoglienza ha un prezzo, ma rifiutarla provoca un danno sociale ancora più pesante

di don Roberto DAVANZO
Direttore Caritas Ambrosiana

Immigrati

Il fenomeno migratorio è cosa seria che si radica nella drammatica realtà di un mondo spesso squilibrato e ineguale. Per questo deve essere affrontato con criteri condivisibili per una sua gestione saggia e che rispetti la dignità di persone per lo più in fuga da miseria, conflitti, mancanza delle più elementari forme di libertà. Tutelando, insieme, la sicurezza dei cittadini residenti.

Toni eccessivamente allarmistici possono innescare nei singoli paura e ripiegamento egoistico, a danno di tutta la vita sociale. Mentre passa sotto silenzio il decisivo apporto che l’immigrazione sta garantendo alla nostra economia e al sostegno delle nostre famiglie nella cura dei membri più fragili.

Come comunità cristiana, così come fanno tante altre realtà sociali, vogliamo parlare il linguaggio dei fatti e della relazione umana e personale, gli unici in grado di fare i conti con la realtà e le sue contraddizioni e di guardare negli occhi le persone e i loro drammi. Così si possono attivare percorsi educativi per una giusta e generosa accoglienza, nel rispetto delle leggi e della dignità umana.

Una società sempre più solidale con i più deboli – ogni forma di debolezza – è un guadagno e una garanzia per tutti: domani in difficoltà potrebbe esserci chi ora si sente forte.

Non ci sono dubbi che per tutto questo si stia pagando un prezzo. Ma il costo delle vite umane finite sul fondo del Mediterraneo qualcuno ha mai provato a stimarlo? Così come è indubbio il prezzo da pagare per i – sempre perfettibili – percorsi di accoglienza. Consideriamo però anche il danno sociale che deriverebbe dall’abbandonare queste persone a se stesse o in balia di organizzazioni criminali.

È importante che tutti si impegnino per alleviare le sofferenze di tutti in questa emergenza umanitaria. Anzitutto evitando di sgravarsi – con sommari giudizi sui migranti – la coscienza dal dovere di confrontarsi con il problema e di agire. Poi collaborando attivamente con le istituzioni e il volontariato per l’accoglienza.

Difficile che per queste persone possa essere efficace «aiutarli a casa loro»: basti vedere il livello estremo di povertà, conflitto e complessità di Paesi come la Siria, l’Eritrea, la Palestina, l’Iraq, la Libia. Certamente quella della cooperazione internazionale è una strada da percorrere in modo più deciso.

Ma nell’attesa che si superino le inequità all’origine dei flussi migratori e auspicando che la politica estera dei Paesi occidentali agisca presto in modo più solidale e unitario, non possiamo restare immobili, chiusi o addirittura ostili davanti a bambini, donne e uomini, sorelle e fratelli in situazione di grave prova. Quella in cui si costruisce e aumenta la fiducia e la stima e l’accoglienza reciproca è una società in cui è più bello vivere.

 

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