Cento anni fa nasceva il giornalista e scrittore che inventò un nuovo modo di raccontare lo sport

di Mauro COLOMBO

Gianni Brera
Gianni Brera

Un letterato prestato allo sport: questa è la definizione più comune, ma probabilmente anche la più corretta, di Gianni Brera, nato esattamente 100 anni fa, l’8 settembre 1919, a San Zenone Po, nella Lomellina pavese. Prima della sua comparsa sulla scena giornalistica, infatti, le cronache sportive erano affidate a ex agonisti poco avvezzi alla lingua italiana o a fini scrittori digiuni di nozioni tecniche. A Brera si deve la sintesi efficace di competenza sulla materia e proprietà di linguaggio, fuse in un lessico originale e inimitabile (malgrado molti ci abbiano provato).

Dopo aver praticato calcio e boxe durante gli studi, inizia giovanissimo a scrivere sul Guerin Sportivo. Dopo la guerra (combattuta come paracadutista e poi partigiano), Bruno Roghi lo chiama alla Gazzetta dello Sport affidandogli a sorpresa l’atletica, che non conosce, ma di cui in breve si impadronisce, approfondendo nozioni di anatomia e antropologia che gli serviranno per scrivere anche d’altro. Diventa inviato al seguito del ciclismo (sarà grande amico di Fausto Coppi, suo coetaneo) e poi, a trent’anni, il più giovane direttore della rosea, che porta a ripetuti record di vendite prima di lasciarla alla metà degli anni Cinquanta in polemica con l’editore.

Partecipa alla nascita del Giorno, di cui è responsabile della redazione sportiva, oltre che prima firma del calcio. Ha ormai affinato il suo metodo critico, che esalta la “scuola italiana” fondata sul “catenaccio” e che negli anni Settanta sarà alla base alla sua monumentale Storia critica del calcio italiano. E perfeziona lo stile, caratterizzato dalle dotte citazioni storiche, letterarie e scientifiche (nonché enogastronomiche…) e dal frequente ricorso a soprannomi e neologismi.

Nel frattempo continua a collaborare con il Guerin Sportivo, dove tiene «L’Arcimatto», seguitissima rubrica di dialogo con i lettori, e di cui diventa direttore nel 1967. È una stagione di roventi polemiche con colleghi (Ghirelli, Palumbo e poi Arpino, di cui inizialmente era amico) e campioni (celeberrima la querelle con Gianni Rivera, da lui soprannominato “Abatino”).

Negli anni Settanta torna brevemente alla Gazzetta e, dopo una parentesi al Giornale, si accasa a Repubblica, da cui non si sposterà più. Sbarca in tv, come opinionista alla Domenica Sportiva e poi su emittenti private, e pubblica nuovi libri e romanzi (non solo sportivi).

Fiero delle sue origini padane, ama però tutta la Lombardia, dalle case di ringhiera di Milano ai laghi brianzoli, fino a decidere di stabilirsi sulle rive di quello di Pusiano. Atterrito dall’idea di morire lentamente, di malattia, auspica di perire in un incidente aereo. Il destino lo accontenta, anche se lo schianto fatale accade in auto, il 19 dicembre 1992, in una notte avvolta dalla bruma tra Codogno e Casalpusterlengo, cioè dalle sue parti.

Considerato il suo tenore di vita – fatto di pacciade, solenni bevute («meglio il rosso del bianco, meglio il fiotto della goccia», il suo motto) e di “tirate” col sigaro e la pipa -, difficile pensare che avrebbe potuto festeggiare i 100 anni. Ma è bello immaginarlo.

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