L’Azione cattolica dei ragazzi ha dato vita al progetto “Dove andiamo a giocare?”. C’è un mondo oltre lo schermo, la vita non è un touchscreen

di Lorena LEONARDI

gioco

Una volta, anche se non troppi anni fa, soprattutto nei piccoli e medi centri, per incontrarsi, conoscersi e crescere c’erano il cortile e la strada. Ma oggi le città si sono allargate oltre le tangenziali e le piazze si sono perdute.  Allora dove giocano i più piccoli? Riflettendo su questo interrogativo l’Azione cattolica dei ragazzi ha dato vita al progetto “Dove andiamo a giocare?”, una grande indagine sul territorio, condotta in collaborazione con il Consiglio nazionale delle Ricerche, per scoprire dove giocano i bambini e i ragazzi d’Italia.

Il gioco visto dai più piccoli

Punto di partenza concreto sarà un questionario (disponibile sul sito www.acr.azionecattolica.it) da sottoporre ai ragazzi, che dovranno raccontare se vivono in centro o in periferia, se possiedono o no un cellulare, se nei pressi di casa loro c’è un cortile o un giardino. Ancora, se questi spazi sono raggiungibili a piedi, con chi ci vanno e con che frequenza; se reputano sufficiente il tempo dedicato al gioco e quali sarebbero le caratteristiche del luogo ideale per divertirsi. «Ci è parso importante domandarci dove giocano i bambini oggi. Quanti e quali spazi usano e hanno a disposizione nella nostra Italia del 2014 dentro e fuori dalle mura domestiche», spiega Anna Teresa Borrelli, responsabile nazionale dell’Acr. Dalle risposte emergerà il mondo del gioco fotografato attraverso il punto di vista dei più piccoli: sarà così possibile «individuare gli spazi in cui oggi è più consueto e facile vivere l’esperienza del giocare, analizzando quanto e come parchi pubblici, cortili, strade sono ancora luogo di ritrovo e divertimento. Dare la parola ai ragazzi, ascoltarli e offrire loro questa occasione per esprimere la loro partecipazione alla vita pubblica delle nostre città e paesi è un modo privilegiato per affermare che non c’è gioco senza loro». E per ricordare che non c’è infanzia senza gioco, dal momento che il diritto a quest’ultimo è sancito perfino dall’articolo 31 della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia: «Gli Stati riconoscono al fanciullo il diritto al riposo e al tempo libero, a dedicarsi al gioco e ad attività ricreative proprie della sua età e a partecipare liberamente alla vita culturale ed artistica». Dove, nel testo originale, in inglese, il verbo tradotto in “dedicarsi” è “to engage”, cioè impegnarsi: il gioco, quindi, merita impegno.

Oltre lo schermo

L’iniziativa si colloca nel solco delle linee associative triennali e nel percorso dell’anno, completando l’itinerario formativo dell’Acr, il cui slogan è “Non c’è gioco senza te” e l’ambientazione è il parco giochi, dove il gioco, prosegue Borrelli, «è libero e creativo e ciascuno mette il proprio carisma a disposizione dell’altro». Il parco giochi è un luogo emblematico e «intergenerazionale, dove sulla stessa panchina si dialoga, c’è il nonno che legge il giornale, la mamma che passeggia con il figlio sulla carrozzina». I nostri ragazzi, anche se nativi digitali, devono sapere che c’è un mondo oltre lo schermo, che la vita non è un touchscreen: «Possiamo pure invitarli a staccare gli occhi da cellulari e tablet, ma se non offriamo loro un’alternativa, dove vanno?».

Dai numeri al dialogo

A conclusione dell’indagine, i dati raccolti ed elaborati si porranno come punto di partenza per una riflessione e un confronto nel mondo degli adulti, in particolare con le istituzioni nazionali che si occupano dei diritti dell’infanzia, per ragionare su che cosa c’è ancora da fare per rendere più accessibile a tutti il diritto al gioco. L’intero progetto sarà condotto con la collaborazione del Cnr e del responsabile del progetto internazionale “La città dei bambini”, Francesco Tonucci: «Giocare vuol dire uscire di casa – sostiene -, possibilmente senza un adulto di controllo, incontrarsi con un’amica o un amico, decidere con lei o con lui il gioco da farsi convenendo le regole, trovare un luogo adatto a quel gioco e dare a quel gioco un tempo libero. In genere, se queste sono le condizioni poi non si vede l’ora di tornare a casa e raccontarlo alla mamma e al papà e possibilmente l’indomani ai compagni di scuola e alla maestra».

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