Quella che ha avuto inizio, non è una guerra “qualsiasi”. È la più temibile crisi internazionale degli ultimi anni. Sulle sorti del Paese più povero del Medioriente - che occupa una posizione strategica - si “gioca” lo scontro tra le due componenti dell’Islam. L’Europa e l’Occidente che fanno? Si barcamenano. Non decidono. Non prendono iniziative. Si limitano alle dichiarazioni e stanno a guardare

di Giovanni LAMBERTENGHI

Yemen_rivolta

Come in tutte le guerre, anche in quella dello Yemen si consuma una strana alleanza: uno dei due schieramenti in campo è formato dalle milizie fedeli all’ex presidente Ali Abdullah Saleh e dagli houthi – seguaci dello zaidismo, la setta minoritaria dell’Islam sciita – che hanno governato il Nord del Paese per mille anni, fino al 1962.

Nel 2004, quando gli houthi si ribellarono e chiesero l’autonomia, a far scattare la repressione fu Saleh, poi costretto alle dimissioni tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, grazie alla “primavera araba” e alle pressioni esercitate proprio dagli houthi e dal gruppo Islah, all’interno del quale c’erano i Fratelli Musulmani. Con la transizione politica, guidata dai Paesi del Gulf Cooperation Council (l’organismo che riunisce le monarchie sunnite del Golfo), il potere venne affidato a Abdel Rabbo Monsour Hadi, sostenuto dagli Stati Uniti, interessati a opporsi ad al Qaeda nel Sud e agli houthi nel Nord. Saleh continuò, però, a controllare parte dei funzionari al Governo e dei militari. Fu un compromesso, in parte accettato anche dai sauditi, per evitare una guerra civile. L’ex presidente ha stipulato con gli houthi un “matrimonio di convenienza” – com’è stato chiamato – che consente l’espansione della loro influenza verso il Sud del Paese. La situazione è precipitata dopo il colpo di Stato del 22 gennaio e gli attentati del 20 marzo, compiuti dall’Isis contro due moschee sciite a Sanaa e l’avanzata degli houthi su Aden, dove si è rifugiato il Presidente Hadi. L’Arabia Saudita – con l’appoggio di Emirati Arabi, Bahrain, Kuwait, Qatar, Giordania, Marocco e Sudan – ha iniziato i suoi raid aerei contro le colonne e le postazioni militari houthi, coinvolgendo anche i civili.

Quella che così ha avuto inizio, non è una guerra “qualsiasi”. È la più temibile crisi internazionale degli ultimi anni. Sulle sorti del Paese più povero del Medioriente – che occupa una posizione strategica – si “gioca” lo scontro tra le due componenti dell’Islam, sunnita e sciita, deflagrato con la rivoluzione iraniana del 1979, che portò all’instaurazione di una teocrazia islamica, sciita, in contrapposizione con tutti i Paesi governati dai sunniti nel Golfo Persico. Se nella guerra siriana si è vissuta uno lotta violentissima tra questi due “mondi”, nello Yemen la situazione potrebbe divenire ancor più devastante: sembra che l’altro giorno navi egiziane schierate a controllo delle coste meridionali del Mar Rosso abbiano messo in fuga una nave da guerra iraniana che nel porto di al-Saleef aveva scaricato 180 tonnellate di armi. Da parte sunnita, si sta preparando un’operazione – denominata “Tempesta decisiva” – che includerebbe 150 mila militari e circa 200 aerei. Se le cose dovessero procedere e vi fosse il beneplacito delle Nazioni Unite, si profilerebbe una mattanza tra le truppe arabe con le milizie sunnite yemenite e le forze houthi, affiancate da parte dell’esercito yemenita.

Il retroscena del conflitto riguarda l’intenzione, innanzitutto dell’Arabia Saudita – che nello Yemen vorrebbe ripetere l’operazione effettuata nel 2011 in Bahrein – di contenere l’espansione dell’Iran nel Medio Oriente, che coincide con gli interessi di Israele e degli Stati Uniti. Qui c’è un altro punto di contraddizione, perché da un lato sono in dirittura d’arrivo gli accordi tra Washington e Teheran sul nucleare e, dall’altro, è oggettivamente difficile compromettere il sostegno che il più grande Paese sciita sta fornendo alla coalizione internazionale contro l’Isis.

A questo quadro, si aggiunga il fatto che nello Yemen meridionale è forte la presenza destabilizzante di al Qaeda, schierato contro gli houthi. Questi elementi, insieme alla considerazione che nello Yemen i membri della religione sciita zaidita sono dieci milioni e che gli houthi dispongono di almeno 100mila combattenti – portano a ritenere che non si tratterrà di una guerra semplice e breve. Se così fosse, il rischio, non solo per il Medioriente, diverrebbe altissimo: il Paese diverrebbe l’occasione e il teatro del più feroce scontro mai visto tra le due componenti religiose dell’Islam. L’Europa e l’Occidente che fanno? Si barcamenano. Non decidono. Non prendono iniziative. Si limitano alle dichiarazioni e stanno a guardare.

 

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