Disporre di un luogo di culto è parte integrante della libertà di religione assicurata dalla Costituzione. Ma non senza limiti e regole. Prima dell’intervento giuridico serve una trasformazione culturale

di Silvio FERRARI

Silvio Ferrari

Da qualche tempo sono scomparse dai giornali le fotografie che mostravano lunghe fila di musulmani in preghiera nelle strade e sui marciapiedi di Milano. Questa situazione di emergenza sembra superata, ma una soluzione adeguata alla questione dei luoghi di culto musulmani non è ancora stata trovata. Da dove bisogna partire per affrontare questo problema?

Il punto di partenza vale per la moschea come per la chiesa, la sinagoga o il tempio di qualsiasi religione. Disporre di un luogo di culto è parte integrante della libertà di religione che l’articolo 19 della nostra Costituzione assicura a tutti, cittadini e immigrati. Non esiste reale libertà religiosa se i fedeli di una comunità – siano essi musulmani o di qualsiasi altra religione – non hanno un luogo adeguato dove riunirsi per pregare e celebrare i propri riti religiosi. Questo diritto è negato ai cristiani in molte parti del mondo e non ci si deve stancare di rivendicarlo, senza però dimenticare che, nella pratica, esso non è pienamente realizzato neppure nei Paesi occidentali di tradizione cristiana e liberale.

Dunque la moschea è un diritto. Ma, come tutti i diritti, anch’esso non è senza limiti. Innanzitutto una moschea è un luogo dove si prega, si medita, si spiegano i testi sacri, si compiono cerimonie religiose. Una moschea dove si svolgessero altre attività, di natura politica oppure economica, non sarebbe più un luogo di culto e non godrebbe della protezione che il nostro diritto assicura a questi ultimi. Inoltre una moschea, come tutti i luoghi di culto, deve rispettare le norme urbanistiche, architettoniche, igieniche e sanitarie che sono previste per tutti gli edifici dove si riunisce un numero elevato di persone. Per questa ragione non è una buona soluzione trasformare in moschea o sala di preghiera uno scantinato, una palestra, un capannone. Ma sovente questa è l’unica soluzione possibile per non essere costretti a pregare in strada e ciò ha creato tante situazioni precarie ed ai limiti della legalità a cui ora è necessario porre rimedio.

A questo punto entrano in gioco le istituzioni pubbliche e in particolare le Regioni e i Comuni a cui il nostro sistema giuridico affida il compito di regolare la costruzione dei luoghi di culto. Sia chiaro: non sono le Regioni o i Comuni che debbono farsi carico di costruire le moschee (né le chiese o le sinagoghe). Ma le prime debbono predisporre un quadro giuridico chiaro e definire procedure amministrative semplici ed efficaci che rendano agevole la costruzione e l’apertura di un luogo di culto; i secondi hanno il compito di applicare le norme, individuando le aree dove esso può venire edificato, rispondendo alle richieste delle comunità religiose interessate, verificando la loro consistenza numerica e presenza sul territorio, agevolando i contatti con gli abitanti del quartiere dove il luogo di culto verrà aperto in modo che non nascano tensioni e conflitti.

Queste regole valgono per tutto il nostro Paese, ma la loro applicazione è particolarmente urgente a Milano dove si svolgerà, il prossimo anno, l’Esposizione universale. Il progetto di una moschea per l’Expo, che opportunamente si cerca di realizzare coinvolgendo alcuni Paesi islamici, risponde alla giusta esigenza di offrire ai musulmani che verranno a visitare la città un luogo di preghiera adeguato. Ma, terminata l’Expo, resterà aperta la questione di regolarizzare le sale di preghiera musulmane che oggi accolgono i propri fedeli in luoghi inadeguati e talvolta sprovvisti dei requisiti richiesti dalla normativa vigente. Questa è la vera sfida che attende Milano ed essa richiede, prima ancora di un intervento giuridico, una trasformazione culturale che riconosca l’attuale pluralità religiosa del nostro Paese e ne tragga tutte le potenzialità positive che essa racchiude.

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