Dopo i cinesi in Pirelli, uno degli emblemi del nostro capitalismo, può crescere lo shopping straniero nei confronti dei “gioielli di famiglia”

di Nicola SALVAGNIN

Marco Tronchetti Provera

I cortei di protesta degli anni Settanta accomunavano in un brutale slogan Agnelli e Pirelli quali simboli del capitalismo italiano. Passati quegli anni, passati pure i patròn Gianni e Leopoldo, il panorama italiano sta pure cancellando le aziende di riferimento: la Fiat, ora Fca più americana che tricolore; la Pirelli che sta finendo in mani cinesi, dopo avere avuto un forte azionista russo.

Due emblemi dell’ex capitalismo italiano, rimasto senza capitali. Due gruppi industriali che funzionano, ma che hanno bisogno di spalle ben più possenti rispetto a quelle delle famiglie che li hanno creati. Non si conquista il mondo senza avere le necessarie munizioni finanziarie, e quelle ormai le hanno capitalisti che abitano molto più distanti da Torino e Milano.

Ma il cambiamento di proprietà di Pirelli mette sul tavolo una questione assai spinosa: l’Italia è diventata un Paese attrattivo per i grandi investitori? O l’Italia si è trasformata in una grande bancarella che sta vendendo i suoi migliori gioielli all’estero?

Due prospettive completamente opposte: nel primo caso, ci sarebbe da esultare. La grande finanza mondiale fino a poco tempo fa ha investito ovunque, meno che in Italia. Pochissime acquisizioni, ancor meno impianti produttivi fatti sorgere qui. Invece la musica sta cambiando, arrivano soldi cinesi (Eni, Terna), russi (acciaierie, turismo), arabi (turismo, immobiliare), francesi (latte, moda), tedeschi (meccanica)… In teoria mancano all’appello i dollari americani, ma in pratica i più grandi fondi di investimento a stelle e strisce stanno facendo un forte shopping di quote aziendali di importanti realtà italiane.

Oppure siamo ai saldi di stagione. Articolo quinto, chi ha i soldi ha vinto. E per chi ha o gestisce centinaia di miliardi di euro o dollari, non ci vuole molto per diventare azionista di minoranza o addirittura di riferimento delle migliori realtà economiche del nostro Paese, dalle banche alle (poche) multinazionali passando soprattutto per quelle splendide medie aziende italiane di solito frutto del genio di un singolo imprenditore, o di una famiglia. Quando l’offerta messa sul tavolo è semplicemente scandalosa, diventa difficile rifiutarla… Ma poi l’azienda rischia di spostarsi altrove, di avere altri punti di riferimento, di sganciarsi dal contesto territoriale che l’ha generata.

Ci sono casi, in Italia e nel mondo, che portano a conclusioni opposte. Noi avevamo in Parmalat una multinazionale globale del latte, ora semplice costola produttiva e commerciale di un gruppo francese; la Volvo è considerata un simbolo mondiale di “svedesità” e sono in pochi a sapere che in realtà è un’azienda al 100% cinese.

Che sia luce, o che sia ombra, la realtà è questa e ha sicuramente un aspetto assai positivo: le cose si muovono, l’Italia e il suo made in Italy sono considerati a livello mondiale. Investono o comprano? L’importante è che la nostra economia sia dinamica, e non snobbata o tagliata fuori: sarebbe questa l’ombra più oscura.

 

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