Forme di maltrattamento e violenza in aumento soprattutto tra le straniere: parla suor Claudia Biondi, responsabile dell’apposito servizio di assistenza creato dalla Caritas Ambrosiana

di Pino NARDI

Suor Claudia Biondi

Donne maltrattate, violate, oppresse. Oggi i riflettori si accendono su un fenomeno diffuso, ma spesso sottotraccia. A meno che non finisca in tragedia e la cronaca ne parla. Una realtà che sta colpendo in maggioranza ragazze e donne straniere. È quanto emerge dal prezioso lavoro svolto dalla Caritas Ambrosiana da quasi 20 anni con il Se.D (Servizio disagio donne): un telefono dedicato a chi non ce la fa più a sopportare e cerca una via d’uscita (ecco il numero 02.76037352 dal lunedì al venerdì ore 9-17; maltrattamentodonne@caritasambrosiana.it ). Ne parliamo con la responsabile, suor Claudia Biondi.

Qual è il vostro impegno a favore delle donne maltrattate?
La Caritas Ambrosiana si colloca, come sempre, su due filoni. Da un lato un intervento di “cultura pastorale” con informazione, sensibilizzazione, promozione, coordinamento di chi lavora sul tema, organizzando corsi di formazione. Nei giorni scorsi si è svolto un seminario per gli operatori dei Centri di ascolto, offrendo strumenti concreti, perché il territorio individui e possa far emergere il problema della violenza, con un’attenzione a favore delle donne. Accanto a questo, c’è l’intervento diretto con il servizio Se.D: due assistenti sociali fanno consulenza al territorio e ascoltano direttamente le donne, con la presa in carico di situazioni nel momento in cui c’è la necessità.

Un servizio con diverse risposte…
Certo. C’è un ascolto non solo telefonico, ma anche diretto. Alcune donne sono seguite a livello territoriale, avendo una soluzione abitativa propria o non sono obbligate a lasciare la propria casa. Le accompagniamo nel percorso di consapevolezza di quello che stanno vivendo e di come poterne uscire, attraverso una serie di colloqui e di aiuti. Poi ci sono le ospitalità, quando le donne non possono rimanere presso la propria abitazione e quindi è necessario allontanarle, in un contesto di protezione molto più forte. A quel punto interveniamo con la rete di ospitalità, quindi accompagniamo queste donne in tutto il percorso per ricuperare la loro autonomia. Sono cammini abbastanza lunghi, soprattutto quando sono giovani. Nel giro di un anno e mezzo/due anni le persone sono pronte per sganciarsi anche dal nostro servizio.

Qual è il profilo delle quasi 600 donne che vi hanno chiesto aiuto?
In maggioranza sono straniere. Sono quelle più fragili, per il fatto che non hanno una rete forte alle spalle, hanno più bisogno di attenzione. Vivono situazioni molto varie. Alcune sono sposate con connazionali e quindi sono presenti ambedue in Italia. Altre, come le latino-americane, sono arrivate in Italia per prime e poi raggiunte dal marito e dai figli. Per cui la donna è maggiormente emancipata, è più forte rispetto al marito che si trova in una situazione di dipendenza e quindi in un rovesciamento dei ruoli, come potevano essere quando vivevano in Perù o in Ecuador. Questo fa sì che ci siano grandi conflitti all’interno della coppia, perché il marito invece pensava di ritrovare una donna come l’aveva lasciata 10 anni prima.

E nel caso delle donne arabe?
Abbiamo situazioni di donne marocchine o egiziane che vivono una dipendenza maggiore nei confronti dei propri mariti, perché essi sono arrivati prima e poi le hanno fatte arrivare o con il ricongiungimento familiare o con questa promessa ma che non si realizza mai, rimanendo clandestine senza una tutela legale. Un’altra situazione su cui noi facciamo molta attenzione sono le seconde generazioni. Ragazzine nate in Italia o arrivate da piccole, che vivono il grande problema di una richiesta di un certo tipo di comportamento legato alla propria cultura. Vivere invece in un contesto di maggiore libertà nella scuola e con i compagni, scatena la violenza di genitori e fratelli. In alcuni casi finiscono molto male.

Voi allora offrite alternative di vita…
Quando parliamo di alternative non necessariamente è la chiusura decisa del rapporto con il proprio marito, ma senz’altro un’attenzione molto precisa perché il maltrattamento e la violenza cessino. La scelta che abbiamo fatto è quella della tutela della donna di fronte a violenze reiterate, non solo fisiche ma anche psicologiche e di natura economica. Su questo è necessario un lavoro anche sulle donne, perché per loro stesse non è semplice riconoscere che sono maltrattate. In loro c’è un grande senso di colpa, tutte si sentono responsabili dei comportamenti violenti del marito.

C’è allora anche un problema culturale della donna…
Viviamo in un contesto non molto favorevole a riconoscere la violenza come una violazione grave della dignità delle persone, della donne in particolare. E questo è un problema maschile e femminile, su cui è necessario veramente lavorare.

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