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Criminalità

«Dal Processo Hydra una sveglia ai lombardi onesti»

Don Massimo Mapelli, fondatore dell’Associazione “Una casa anche per te”, commenta le sentenze sull’inchiesta che ha portato alla luce l’alleanza tra mafia, ’ndrangheta e camorra nella nostra regione: «È la dimostrazione che possono organizzarsi come vogliono, e la società civile deve fare altrettanto per contrastare questa “colonizzazione”»

di Luisa BOVE

15 Gennaio 2026
Il clan in riunione

Una condanna esemplare inflitta a 62 imputati, per un totale di 500 anni di carcere, nel processo “Hydra” che ha confermato la presenza di alleanze di Cosa Nostra, ’ndrangheta e camorra in Lombardia, con arresti coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia e indagini svolte avvalendosi della collaborazione di imputati pentiti. Il massimo di reclusione, 16 anni, è stato inflitto a Massimo Rosi, riconosciuto a vertici dell’organizzazione criminale.

Cosa significa oggi questa sentenza lo abbiamo chiesto a don Massimo Mapelli, responsabile Caritas della Zona pastorale VI e fondatore dell’Associazione “Una casa anche per te” (Ucapte), da sempre in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata. «Significa almeno due cose –  risponde -.La prima è che ormai, purtroppo, la presenza criminale mafiosa fa parte del tessuto economico e sociale della Lombardia, non possiamo più dire che a volte c’è e a volte no, e solo in alcuni ambiti. La seconda è che le diverse organizzazioni hanno trovato fra loro un linguaggio comune e scopi comuni per i quali mettersi insieme. Forse noi, dall’altra parte, su questo siamo un po’ in ritardo. Se loro hanno trovato un linguaggio comune, degli scopi comuni – chiaramente criminali -, noi invece facciamo fatica a ritrovarci attorno a ciò che può costituire un tessuto sano e un linguaggio unico. Questo deve dare una sveglia anche a noi.

Il segno di un’alleanza delle tre organizzazioni criminali è segno di debolezza, per cui si sono uniti, o di forza?
È un segno di forza, e fa dire che nei nostri territori possono organizzarsi come vogliono, possono ritenerlo campo di battaglia per loro e nelle migliori forme possibili. Questo significa che anche noi sui territori dobbiamo assolutamente essere più presenti. La Caritas di Zona e noi di Ucapte avevamo iniziato un lavoro anni fa ad Abbiategrasso legato a questa indagine, perché là c’era Paolo Errante Parrino, per cui abbiamo fatto una manifestazione. Grazie alla nostra azione poi è nato il comitato “Bene comune” ad Abbiategrasso. Dobbiamo moltiplicare queste presenze sul territorio perché sarà l’unico modo con cui una colonizzazione delle mafie sarà contrastata da una società civile.

Don Massimo Mapelli

Per anni si è negata la presenza mafiosa in Lombardia…
Sì, ma i numeri di persone coinvolte in questa sentenza e gli anni di condanne che sono state inflitte ci dicono che esiste l’organizzazione mafiosa, ma anche una rete di aziende, società e professionisti che stanno dietro all’organizzazione stessa. E questo è molto preoccupante, anche dal punto di vista del messaggio educativo ed etico che noi possiamo lanciare: dobbiamo continuare la formazione dei giovani, ma anche iniziare a parlare agli adulti, perché sono loro ad avere le responsabilità professionali, imprenditoriali nel nostro tessuto sociale. Dobbiamo quindi entrare e riportare anche lì un linguaggio e scelte diverse.

Viste queste condanne, oggi siamo più sicuri sul fronte del “sistema mafioso lombardo” o c’è da tenere alta la guardia?
C’è da tenere alta la guardia, perché questa sentenza ha svelato un sistema che però è frutto anche di un’organizzazione ben radicata. Ricordiamoci che le mafie sono sempre le stesse, ma hanno la capacità camaleontica di adattarsi. Noi quindi dobbiamo stare attenti. Ultima cosa che vorrei dire è che anche noi dobbiamo organizzarci. In questi giorni abbiamo fatto alcune riunioni fra diverse associazioni per organizzarci e poter partecipare alle udienze che ci saranno nel processo “Hydra” per far vedere che la città c’è e per svegliare un po’ la società civile, perché ha fatto quasi più notizia la chiusura del “Pandoro gate” di Chiara Ferragni che non l’indagine “Hydra”. E questo è preoccupante.